Massimo Dadea.
Qualcuno sostiene che, in questo frangente, criticare il gruppo dirigente del Pd sardo sarebbe come sparare sulla Croce rossa. Potrebbe essere utile allora provare a delineare i contorni di un moderno partito riformista al fine di dare un senso ad una militanza messa a dura prova da un campionario di inadeguatezza, approssimazione, incapacità. Per prima cosa bisognerebbe correggere quel persistente strabismo che porta molti suoi dirigenti a guardare al nuovo soggetto politico con lo sguardo rivolto alle vecchie appartenenze.
Il Pd sarebbe dovuto essere un nuovo partito in cui il vecchio doveva dissolversi nel nuovo e tutti dovevano mescolarsi con tutti. Ancora in molti, invece, sprecano molto del loro tempo nella creazione di aree, sensibilità, correnti, nell’illusione di far rivivere le vecchie, anacronistiche, appartenenze.
Un partito che dovrebbe smetterla di servirsi delle elezioni primarie per consumare le proprie vendette trasversali, utilizzandole per quello che sono: uno straordinario strumento di democrazia partecipata, un momento di confronto tra diverse idee ed opzioni programmatiche, tra progetti diversi ed alternativi.
Un partito federato con quello nazionale attraverso un patto che assicuri pari dignità tra i contraenti, dove non c’è un centro che decide e una periferia che ubbidisce. Un partito innovativo in materia di riforme istituzionali, che prenda finalmente atto che l’Autonomia speciale è finita e che bisogna iniziare a battere strade nuove ed inedite. Iniziando ad infrangere alcuni tabù ritenuti intoccabili, come ad esempio l’opzione indipendentista. Indipendenza non vuol dire “ separatismo” e neanche “separatezza”. Indipendenza vuol dire costruire, consensualmente, un rapporto paritario, tra eguali, senza vincoli gerarchici, con lo Stato Italiano.
Un partito dove i suoi militanti non siano più etichettati come i fedelissimi di questo o quell’altro notabile, ma siano portatori di una propria idea di partito, di una propria esperienza, del loro vissuto, delle loro lotte, dei loro travagli, delle loro emozioni. Un partito in cui il cambiamento non sia solo annunciato, ma soprattutto praticato. Dove gli uomini buoni per tutte le stagioni, quelli sempre pronti ad immolare sull’altare del nuovo i destini altrui, mai i propri, vengano definitivamente messi alla porta. Un partito che non abbia paura di discutere delle proprie sconfitte e che sia capace di strappare quel velo di ipocrisia steso sulle cause della bruciante sconfitta elettorale del 2009.
Un partito dove la dialettica interna non si trasformi in un sordo lavorio per la conquista di una candidatura, di un assessorato, di un posto in un consiglio di amministrazione. Un partito che coltivi il primato della politica, consapevole che quando viene meno la dimensione etica della politica vuol dire che ad essa si sta sostituendo un pragmatismo bottegaio senza valori ed ideali. Un partito autenticamente laico, rispettoso delle fedi e delle convinzioni morali di ciascuno, dove le convinzioni religiose, filosofiche e morali siano distinte dalle leggi dello Stato, dove ciò che è considerato peccato non diventi reato. Un partito che ponga al centro il merito e la responsabilità, l’etica e la moralità pubblica.
Un partito che sfugga le suggestioni di un nuovismo senza valori che spesso scade in una anagrafica mediocrità. Un partito capace di promuovere un nuovo gruppo dirigente ed una nuova classe dirigente nella società e nelle istituzioni. Un partito in grado di dare corpo e gambe ad una precisa idea di Sardegna, ad un Progetto capace di coniugare un necessario processo di modernizzazione con la salvaguardia della nostra identità di popolo. Un partito che diventi un punto di riferimento per tutti quei cittadini che non si rassegnano ad un destino di marginalizzazione e di subalternità, per tutti quelli che a testa alta e a schiena dritta vorranno prendere nelle proprie mani le sorti della nostra Sardegna.

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