
Anthony Muroni.
Il colpo è stato pesante. E il Pd cagliaritano non si rialzerà tanto presto. Soprattutto perché a essere sconfessato non è stato solo un personaggio del peso di Antonello Cabras ma un’intera strategia. L’idea di riunire tutto e tutti si è mostrata suicida e non resterà senza conseguenze.
Chi conosce bene il senatore di Sant’Antioco sa che ha vissuto la candidatura come un sacrificio e che avrebbe fatto volentieri a meno di correre per il Comune. A fare il suo nome è stato il segretario regionale Silvio Lai, che ha forse pensato di risolvere un problema di non poco conto: l’assenza di un candidato forte a Cagliari. Il risultato delle primarie ha invece dimostrato che la sitazione del Pd cittadino è drammatica: tutti i candidati potenziali si sono via via ritirati (Espa e Porcu su tutti) e altri (che si erano proposti, seppur timidamente) sono stati testati, con risultati desolanti.
Alla fine (sondaggi alla mano) rimanevano due nomi: Renato Soru e Antonello Cabras. Il primo si è autoescluso, per la vicenda giudiziaria che lo riguarda. A quel punto non rimaneva che il secondo, al quale tutti i dirigenti regionali (ma anche Bersani, Veltroni e Chiamparino) hanno chiesto di spendersi, per il bene del partito. La decisione arrivò nella famosa riunione di via Emilia quando, alla presenza dello stato maggiore locale, è stato deciso all’unanimità che Cabras dovesse correre per la carica di sindaco. Ci fu qualcuno (il consigliere comunale Claudio Cugusi) che disse: «Chi non è d’accordo lo dica adesso, perché quando si uscirà da quella porta Antonello Cabras sarà il candidato di tutti noi». Nessuno parlò.
In via Emilia si dice che Soru ha fatto quello che ha potuto. Anche lui è uno dei grandi sconfitti, perché i seguaci hanno sconfessato il suo sostegno a quello che viene ancora percepito come il più feroce dei nemici interni. Segno evidente, si fa notare sempre dall’interno del partito, che il patron di Tiscali non controlla più nulla. Il presidente della Provincia Milia ha trascorso l’ultima settimana tra Bruxelles e il Marocco e secondo qualcuno anche Paolo Fadda ed Emanuele Sanna non si sarebbero impegnati a fondo, per ragioni diverse: ex democristiani ed ex comunisti hanno sempre qualche conto in sospeso con gli ex socialisti, anche se non craxiani.
Tutti sapevano che Zedda poteva contare su uno zoccolo duro di circa 2500 voti e il dato è stato puntualmente confermato. Il Pd, sulla carta, aveva un potenziale tra i 4 e i 5 mila voti. Persone che in grande parte sono state contattate telefonicamente e hanno detto che avrebbero votato per il Pd. Gli ultimi sondaggi di Ipr Marketing stimavano a Cagliari un’affluenza di circa 10 mila votanti: Cabras era avanti con il 50 per cento e Zedda fermo al 25. Le urne hanno detto una cosa diversa.
Cabras non era certamente gradito dalla base. Ma è credibile che parlamentari, consiglieri regionali, comunali, circoscrizionali e circoli cittadini, con un mese di lavoro, abbiano portato a casa soltanto un terzo dei voti che erano in grado di controllare? Il senatore, anche se non lo ammetterà mai, in queste ore statunitensi si sta convincendo del fatto che molti maggiorenti si sono tirati indietro e lo hanno lasciato da solo. La domanda è una sola: è credibile, come dice Silvio Lai, che la colpa del tracollo sia tutta della dirigenza locale? O è il partito, più in generale, a essere in situazione comatosa, ucciso dalle liti e dalle spaccature (mai risolte) che si porta dietro dai tempi della giunta Soru?
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