martedì 8 febbraio 2011

Cambiare radicalmente passo.Una proposta per rilanciare il PD sardo.


Guido Melis

Vorrei iniziare questo breve intervento esprimendo la mia solidarietà ad Antonello Cabras. E’ noto che in passato non siamo stati sulla stessa posizione, ma ritengo che costituisca un fatto gravissimo il modo in cui Antonello è stato prima proposto quasi all’unanimità come candidato a sindaco di Cagliari e poi, con tutta evidenza, abbandonato da coloro che lo avevano proposto, sino ad incorrere in una umiliante sconfitta alle primarie.

Detto questo osservo subito:

1) che il modo della designazione del candidato era evidentemente sbagliato, perché – come quasi tutte le decisioni che riguardano il nostro partito in Sardegna –è avvenuto in un caminetto e non nel corpo vivo del partito, coinvolgendo i suoi militanti;

2) che forse anche la persona, al di là dei meriti di Cabras che qui non discuto, era sbagliata, perché riproponeva una vecchia gloria del partito, in politica ormai dai primi anni Ottanta (quanto fa in decenni: trent’anni?), con un palmarès di incarichi prestigiosissimi, ma..ma appunto questo è la debolezza: che non è più tempo di vecchie glorie, anzi che le vecchie glorie dovrebbero farsi da parte. Il Pd dovrebbe capire (lo dico anche guardando al gruppo dirigente nazionale e ai suoi limiti) che i cittadini che guardano a noi vogliono aria nuova, facce nuove, esperienze nuove, parole e linguaggi nuovi.

Non si tratta di iscriversi ai rottamatori (termine orrendo, del quale diffido profondamente) ma di comprendere che le classi dirigenti hanno una durata, esaurita la quale deve intervenire un ricambio. Non solo generazionale, ma di freschezza ideale, di capacità di leggere meglio quel che di nuovo si muove nella società. C’è un tema, nel Pd e io dico in generale in Italia, che non possiamo trascurare di considerare: ed è la necessità per questo paese di un ricambio radicale delle classi dirigenti.

In questo episodio di Cagliari ci sono dunque molte responsabilità, e nessuno se ne può chiamare del tutto fuori. Ma è ovvio che le responsabilità maggiori ce le ha, come è giusto che sia, chi dirige il partito, a Cagliari e in Sardegna.

Ed è questo, il punto cruciale che mi interessa.

Il Pd in Sardegna è nato male, malissimo. Senza un’organizzazione degna di questo nome. Come un aggregato di gruppi e correnti che hanno continuato a esistere in quanto tali, senza mai sciogliersi nel partito. Governato non da chi istituzionalmente ne ha il compito ma da sedi extra-istituzionali, camere segrete nelle quali si accordano tra loro i capi delle correnti.

E non di tutte le correnti, se mi consentite: perché c’è chi decide di più e chi decide di meno; e c’è chi non decide nulla.

La vita del Pd alla base è praticamente inesistente. Nessuna possibilità di incidere dal basso sulle decisioni di vertice. Nessuna reale partecipazione. Abbiamo tanti bravi militanti. Che non contano nulla.

Pochi dati. Il tesseramento 2010, in molti posti è a zero. A Sassari, che pure dovrebbe essere una situazione nella quale esiste maggiore unità interna, le tessere si fanno sono nei circoli, ma i circoli sono solo virtuali: non esistono. E ci si oppone strenuamente al progetto del segretario cittadino di creare nuovi circoli come ci chiedono insistentemente i militanti.

Quasi ovunque il partito esiste solo in teoria. Non funzionano i circoli, non funzionano i forum (con tutto quello che sta succedendo sul federalismo si sono perse le tracce del forum sulle riforme istituzionali), le istanze regionali vengono convocate e più spesso sconvocate con sms o mail, sempre puntualmente in ritardo. I deputati fanno il loro lavoro in totale solitudine. Il gruppo del consiglio regionale è spaccato drammaticamente al suo interno. Si fa una festa nazionale sugli enti locali a Cagliari e non c’è un angolo nel quale trovino spazio gli esponenti del Pd che non appartengono alla maggioranza. Il sito regionale del Pd è gestito come se esistesse solo Cagliari e solo una parte del partito. Tutta la politica regionale sembra fermarsi al palazzo della Regione. Non esiste una elaborazione degna di questo nome sul problema cruciale della questione sarda e delle sue prospettive negli anni Duemila. Non esistono laboratori di idee. Non c’è un luogo dove si possa veramente discutere.

Penso che di questo la segreteria regionale debba rendere conto. In tutto questo lungo periodo il partito non ha avuto mai una iniziativa politica coerentemente unitaria, né si è mosso nel senso di recuperare l’unità interna così come era invece nel mandato originario del segretario.

E’ emblematico quello che è accaduto a Nuoro e a Porto Torres, dove i provvedimenti presi successivamente alla presentazione delle liste contrapposte non sono stati minimamente gestiti ma invece lasciati in mano alle istanze locali, con esiti pessimi rispetto al recupero dei militanti temporaneamente usciti dal Pd.

Oggi sono trascorsi i periodi che la direzione aveva fissato per la sospensione delle tessere. Chiedo formalmente che la segreteria, d’intesa con le segreterie provinciali, promuova una seria e coerente azione politica per il pieno recupero di questi militanti, che oltretutto – almeno nel caso di Porto Torres – hanno vinto le elezioni.

Non è tollerabile che su questioni decisive come ad esempio la candidatura di un nostro esponente di punta alla presidenza dell’Anci noi abbiamo due linee e due candidati.

Non è tollerabile che sul punto delicatissimo del federalismo e della nuova autonomia noi tolleriamo al nostro interno posizioni così diversificate da rasentare in alcuni casi la rivendicazione dell’indipendenza territoriale della Sardegna, e che su questo punto decisivo teniamo anche in Consiglio regionale un atteggiamento ambiguo. Qual è la linea, su questo punto fondamentale? Io non lo so. E come me non lo sanno i militanti del Pd.

Non è tollerabile che vi siano casi, anche rilevanti (come è accaduto a Sassari) in cui il nostro partito appare ai cittadini impegnato sino alla morte nella lottizzazione dei posti in enti pubblici e parapubblici, sostenitore di persone spesso screditate di altri partiti, senza alcun rispetto per le norme che abbiamo scritto solennemente nel nostro Codice etico. E quando ne chiedi conto, ti dicono candidamente: “Ma erano i patti tra questo e quel nostro capetto locale. Dobbiamo rispettarli”. Patti? Ma io riconosco solo i patti fatti alla luce del sole e al quale tutti abbiamo potuto partecipare. Il resto sono affari privati.

Vogliamo un partito funzionante tutti i giorni, articolato nelle sue sedi (che devono essere aperte e riconoscibili), coi circoli aperti, con le istanze provinciali attive, con un vertice regionale unitario.

Vogliamo stare nel partito tutti alla stessa maniera, con gli stessi diritti, come dev’essere nella nostra casa comune.

Forse non abbiamo piena consapevolezza della gravità della situazione che viviamo, in particolare in Sardegna. E della serietà dei compiti che ci si prospettano. Non farò qui un’analisi dei problemi sardi. Diamoli per conosciuti, anche se spesso ho la sensazione che il Pd non li conosca.

Ma propongo che da subito si assumano delle decisioni vincolanti per tutti:

a) Lancio di una campagna per la costituzione di nuovi circoli e/o per l’attivazione dei vecchi dove siano oggi praticamente solo sulla carta;

b) Tesseramento di massa, con comitati di garanti super partes, da individuare fuori delle correnti, che ne garantiscano la correttezza a norma di statuto; lotta ai pacchetti di tessere acquistati in blocco dai padrini;

c) Programma minimo, a tempo, di iniziative del Pd su una serie di temi centrali della nostra azione in Sardegna, con mobilitazioni diffuse su tutto il territorio regionale;

d) Azzeramento degli organismi dirigenti provinciali e regionali e loro ricostituzione con la partecipazione di tutte quelle forze interne che intendono collaborare unitariamente alla gestione del partito in Sardegna;

e) Immediata proposta politica pubblica ai militanti destinatari della sospensione delle tessere dopo le scorse elezioni per assicurare il loro rientro nel Pd;

f) Costituzione ovunque di organismi che coinvolgano i cittadini, anche non iscritti, su problemi specifici, allo scopo di creare una vasta rete di associazioni e gruppi esterni che al Pd facciamo riferimento;

g) Revisione delle primarie, che dovrebbero essere profondamente riviste. Innanzitutto, penso che dovrebbero limitarsi ai cittadini che si riconoscono (previa dichiarazione firmata e inclusione in un albo) tra i sostenitori del Pd; poi penso che dovrebbero essere sorvegliate da comitati di garanti super partes; poi mi pare opportuno che si stabilisca una soglia per la loro validità, magari fissandola in rapporto conseguiti dal Pd alle elezioni più recenti. Eviterei le primarie di coalizione, lasciando eventualmente alla trattativa con li alleati la designazione del candidato (ma a quella trattativa porterei il vincitore delle primarie interne).

h) Per Cagliari: inclusione nelle liste di tutti i responsabili principali dei gruppi interni e pieno appoggio alla campagna elettorale del vincitore delle primarie.

Chiedo a Silvio Lai un impegno,formale e sostanziale assieme. Quello di cambiare radicalmente passo. Di mettere la sua energia e la sua intelligenza al servizio esclusivo del processo di rifondazione del Pd.

Il Pd può svolgere un grande ruolo, anche in Sardegna. Ne ha le potenzialità. Può recuperare il terreno perduto. Ma deve ricostituirsi sulla base del vecchio progetto di 4 anni fa.

Basta con le cupole. Basta con le camere separate. Basta con il partito strumentalizzato per le escalation di potere di singoli e gruppi.

Lanciamo una nuova parola d’ordine costituente. Costruiamo il Pd nel movimento di massa, tra la nostra gente, per la ripresa democratica della Sardegna. Ritorniamo, cari amici e compagni, a fare politica.

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