
Emiliano Deiana.
Domani ci sarà la riunione della Direzione del Partito Democratico. Non faccio parte di quell'organismo nè dell'Assemblea Regionale, ma sento su di me parte della responsabilità del momento che stiamo vivendo e del passaggio strettissimo che si deve attraversare. A volte questa responsabilità si deve estendere fino a trasformarsi - senza presunzione e con l'umiltà di chi non ha verità da dispensare - in consigli, indicazioni e suggerimenti al Segretario regionale e al gruppo dirigente. Prestare attenzione a tutte le argomentazioni consente a chi è chiamato a fare proposte e trarre conclusioni di poter dare una lettura quanto più completa del mondo della militanza democratica.
Silvio Lai e il gruppo dirigente devono ripartire - senza letture dogmatiche e lasciando da parte torti e ragioni - da alcune semplici verità e da alcune ammissioni di responsabilità. Per chiarezza espositiva saranno riportate sinteticamente per punti:
a) Il Partito Democratico della Sardegna non è mai nato. Non è nato perchè nel 2007 - poco importa stabilire torti e ragioni - si è preferita una prova di forza invece di concentrarsi sulla costruzione dal basso del nuovo soggetto politico. Un soggetto politico che doveva racchiudere tutte le anime del progressismo isolano: dal progressismo di sinistra al popolarismo democratico, dal sardismo identitario al socialismo riformista, dall'ambientalismo ai gruppi laici e radicali. Tutti insieme per sviluppare il più grande progetto di modernizzazione di questo paese e di questa Regione. Ad oggi, quel tentativo, per molteplici responsabilità, non è riuscito. Si sono creati dei gruppi che fanno riferimento a dei fantomatici leaders (alcuni dicono dei capicorrente o capibastone) che hanno come unico obiettivo quello di egemonizzare - alleandosi alternativamente con altri leader in alleanze disorganiche - il Partito. Tutti i militanti, dal più sperduto paese della Sardegna fino a Cagliari, si sono sentiti ingabbiati in guerre intestine che hanno mirato solo a gestire pezzi di potere. Questo è accaduto durante la Segreteria Cabras così come durante la Segreteria Barracciu e il Commissariamento. Non diverse sono state le alleanze che hanno portato il Partito a scegliere - in maniera numericamente consistente, ma politicamente debolissima - il nuovo gruppo dirigente con la Segreteria Lai. Pezzi di socialisti alleati con pezzi di popolari per marginalizzare di Ds; pezzi di Ds alleati con pezzi di Margherita per mettere ai margini i socialisti; pezzi di socialisti e di Ds alleati per sbararre il campo ai popolari. E poi l'alleanza sul livello regionale non trovava corrispondenza nell'alleanza sui territori: in ogni Provincia un'alleanza diversa per garantire meglio il potere delle figure di primo piano di questo o quel territorio. A questo si aggiunga la pessima gestione delle Primarie di Nuoro per le provincili con scissioni, espulsioni ed abiure. Silvio Lai domani, per dovere verso la verità, dovrebbe dire questa semplice verità e chiedere: ora cosa vogliamo fare? Chiederlo a tutti. Silvio Lai dovrebbe chiedere a tutti i leader da Antonello Cabras a Renato Soru, da Paolo Fadda a Emanuele Sanna, da Roberto Deriu a Tore Ladu, da Antonello Soro a Bruno Dettori, da Peppino Pirisi a Franco Sabatini, da Tore Cherchi a Graziano Milia di sciogliere le loro personali consorterie e di concentrarsi sull'originario progetto ispiratore del Pd. Poi spetterà a loro dare delle risposte. Intanto Silvio Lai - ammettendo di essere anche lui nello schema sopra descritto - chieda e sarà già un fatto enorme. Un atto di coraggio supremo che lo qualificherebbe come leader vero.
b) Non c'è mai stata un'azione realmente progressista nè un'azione di innovazione e di rinnovamento dei gruppi dirigenti: questo stato di cose ha determinato un sostanziale blocco dell'azione innovativa e del ricambio della classe dirigente. Non basta mettere dei giovani di belle speranze a gestire circoli o federazioni per attuare il rinnovamento che è così necessario: il metodo dell'Amministratore Delegato funziona poco con le aziende, non funziona per nulla in un Partito. Quei leader hanno investito sui più "fedeli" all'interno del consolidato schema delle alleanze dismogenee che mirano solo ad egemonizzare pezzi di Partito. Ed occorre, altresì, che quei giovani di belle speranze provino a sciogliere una qualche catena, a ragionare fuori dagli schemi e metterci un pò di fantasia e di coraggio.
c) I militanti sono costantemente esclusi dalle decisioni e dalla partecipazione attiva alla vita del Partito. Il terzo passaggio deve essere rivolto verso la normale militanza democratica, una militanza sempre più stanca, disillusa e depressa. L'appello del Segretario anche qui deve essere rivolto al coraggio. Un coraggio che deve invadere tutti i militanti per dire, finalmente, ai nostri dirigenti che le loro guerre non sono le nostre. La nostra guerra, quella vera, quella utile, è la guerra per costruire un Partito che serva davvero alla Sardegna. Un partito che assorba le istanze che salgono prepotenti e silenziose dalla società e le trasformi in “utopie concrete”, in fatti concreti che migliorino la qualità della vita delle persone, che contrastino le disuguaglianze, che affermino diritti vecchi e nuovi. Se facciamo questo sono convinto che il corpo vivo del Partito troverà al suo interno le ragioni vere dell’unità e della concordia che si basino sui valori ideali e non sull’appartenenza a gruppi o gruppetti, anche perché, come diceva qualcuno, “la vera libertà non sta nello scegliere fra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta obbligata”. Sottraiamoci alle scelte di altri, che non ci appartengono e troviamo davvero la via che porti alla costruzione del Partito Democratico in Sardegna. Una via che aiuti a costruire migliaia di nuove agorà, luoghi dove la democrazia si esercita realmente, una “democrazia di periferia” che innervi la nostra regione, paese per paese, luogo per luogo, strada per strada, quartiere per quartiere. Una via autenticamente autonoma e libera da condizionamenti estranei alla stragrande maggioranza dei militanti democratici. Una via che ci consenta davvero di rappresentare per la società sarda l’alternativa alla destra del malaffare e del malgoverno.
d) Non si è mai analizzata l'esperienza di Governo di Sardegna Iniseme. Il quarto passaggio deve contribuire ad aprire un confronto serio che ha ancorato il Partito verso il passato: il Partito nel suo complesso, né negli organismi dirigenti né nel dibattito pubblico, abbia mai affrontato con serietà l’analisi dell’esperienza di Sardegna Insieme dal 2004 in poi. Siamo solo stati capaci di creare gruppi ultrà, ma senza approfondire cos’abbia significato quell’esperienza di governo per i sardi e la Sardegna, come abbia influenzato concetti altissimi come quelli dell’Autonomia, della Sovranità o dell’Indipendenza, cos’abbia determinato in relazione al rapporto uomo, economia e ambiente, come abbia influito sugli interessi collettivi e su quelli soggettivi, su come abbia tentato di invertire il vortice centripeto che porta alla desertificazione umana delle aree rurali della Sardegna, come si sia posto nell’affrontare disuguaglianze nuove e vecchie che squassano la nostra società. Non c’è stato questo dibattito e se ne pagano ancora oggi le conseguenze. Il dibattito si è drammaticamente arenato nell’impedire la ricandidatura di alcuni Consiglieri regionali che avevano fatto due Legislature consecutive e sulla pressapochistica analisi che “le cose che la Giunta Soru ha fatto erano giuste, era il metodo sbagliato”.
e) L'analisi delle Primarie di Cagliari. Il quinto passaggio è il più pericoloso, ma non può essere rinviato e riguarda la lettura critica delle recenti Primarie di Cagliari. Il Segretario Regionale dovrebbe richiamare tutti al senso di responsabilità perchè il risultato delle elezioni cagliaritane non è affatto scontato a favore del centrodestra. Deve chiedere a tutti i big di mettersi in gioco candidandosi nella lista del Pd: da Soru a Cabras, da Chicco Porcu a Espa, da Moriconi a Paolo Fadda ed Emanuele Sanna per sostenere al meglio il candidato del Centrosinistra Massimo Zedda. Solo così si capirà se è stato il disimpegno e il pedigree del candidato che hanno determinato la sconfitta alle Primarie del 30 gennaio oppure giochi di potere che contrastano con l'adesione e la militanza all'interno del Partito Democratico.
f) Ritornare allo spirito originario del Partito Democratico. Il sesto passaggio deve essere rivolto alla minoranza congressuale affincgè assuma un'atteggiamento di responsabilità di fronte al difficile passaggio che il Partito attraversa nel cruciale passaggio dell'implosione del potere berlusconiano. Un atteggiamento di responsabilità che - sia chiaro - non mira affatto a mantenere le cose come stanno e a consolidare la posizione di Silvio Lai in quanto Segretario, ma a porre le basi per il vero e autentico ritorno allo spirito originario del Pd:
Il Partito che tanti come me, che hanno iniziato a fare politica con l’Ulivo, volevano contribuire a costruire sarebbe dovuto essere un partito riformista, ma non moderato, un partito che cerca sempre il dialogo, ma che rifiuta il compromesso. Un partito laico, progressista, aperto, solidale, etico, includente, fieramente antifascista, popolare, di massa.
Un partito che attraverso la promozione del bene collettivo esalta i singoli talenti individuali. Un partito che non pensa che la sua unica funzione sia quella di amministrare il potere, ma quello di porsi come guida culturale e morale di questo paese. Un partito che mira a riunificare una nazione devastata dalla grande anomalia del berlusconismo e dalle forme nuove di fascismo strisciante.
Un partito che dialoga con la Chiesa, ma che pretende in maniera chiara e netta l’autonomia e la laicità dello Stato. Un partito nuovo che promuove forme di partecipazione aperte per la formazione dei quadri dirigenti. Un partito maggiormente colorato di rosa, con una presenza forte delle donne al proprio interno e nelle candidature alle cariche elettive.
Un partito con una leadership scelta dal basso e non da pochi notabili. Un partito che dia serenità e la sicurezza al cittadino elettore che il bene collettivo non si contrappone al bene personale, ma lo esalta e lo integra. Un partito che mette al centro del proprio orizzonte politico il lavoro, la sua promozione e sicurezza. Un partito che sia portatore dei valori della pace e dell’amicizia fra i popoli.
Un partito che lotta realmente contro tutti i fenomeni criminali e mafiosi rifuggendo come la peste da qualsiasi ipotesi di “pacifica coesistenza”. Un Partito che abbia l’Europa come centro e motore delle proprie politiche.
Come ho detto nella premessa sono consigli disinteressati propio perchè vengono da chi è molto interessato alla sopravvivenza del Partito Democratico sardo. Solo se la Direzione (e una prossima Assemblea Regionale) risponderanno a queste sollecitazioni credo che il progetto originario possa riprendere vigore e forza. Se si saltasse - ma è possibile anche che mi sbagli - anche solo uno di questi passaggi rimarremmo ancorati al passato, alle vecchie divisioni e ai vecchi schemi. E il risultato sarebbe l'implosione non tanto del modello della destra, ma del Progetto del Partito Democratico, del Partito dei progressisti sardi e italiani.
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