
Nel celebrare la festa odierna con particolare solennità ci uniamo spiritualmente a tutte le comunità parrocchiali della nostra Arcidiocesi. Quindici delle 85 parrocchie di cui è composta l’Arcidiocesi, infatti, sono dedicate a Maria, che viene venerata sotto diversi titoli. A queste si aggiungono due grandi santuari, la Madonna del Rimedio e la Madonna di Bonaccattu, e tanti altri santuari che popolano le nostre campagne e il nostro territorio. Chiese e santuari sono meta continua di pellegrinaggi e di sincera devozione popolare. Tra i tanti titoli con i quali è venerata la Madonna prevalgono quelli dell’Immacolata e dell’Assunta. Questa nostra Cattedrale è dedicata a Maria Assunta. Noi quest’anno celebriamo la festa dell’Immacolata nel corso di un cammino pastorale che, ce lo auguriamo, ci porta a passare da un’Eucaristia celebrata ad un’Eucaristia vissuta. E siamo sicuri che la Madonna ci accompagnerà in questo cammino di fede e di conversione e ci aiuterà a tradurre in un concreto stile di vita il rito che celebriamo nella chiesa, a renderci pane per i poveri, conforto per le persone sole, coraggio per i deboli. La liturgia di oggi ci dà indicazioni preziose su come possa e debba essere realizzato questo passaggio dalla celebrazione del rito alla celebrazione della vita. Esse sono racchiuse in tre citazioni bibliche che abbiamo poc’anzi ascoltato: “Adamo, dove sei?”, dal libro della Genesi, “predestinati ad essere santi e immacolati” dalla lettera S. Paolo, “ecco sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto”, dal vangelo di S. Luca. Vorrei
ora illustrare brevemente il senso di queste significative indicazioni. Anzitutto, vorrei richiamare la vostra attenzione sulla domanda di Dio creatore al primo uomo:“Dove sei”. E’ una domanda che chiede all’uomo se sia ancora in amicizia e comunione con Dio o se si sia allontanato da Lui. Dio, infatti, ha creato l’uomo a sua immagine, lo ha creato come suo interlocutore, come suo partner. Egli è il tu dell’uomo, così come l’uomo è il suo tu. Questa relazione interpersonale che lega il cuore dell’uomo al cuore di Dio conferisce particolare dignità e responsabilità all’uomo. Finché l’uomo mantiene questo rapporto conserva anche la propria identità. Nel momento in cui egli rompe questo rapporto perde questa identità. Non ha più un punto di orientamento. Succede come nelle grandi navi nelle quali c’è sempre un’indicazione che dice: “voi siete qui” per indicare il punto in cui ci si trova. Se manca questa indicazione uno non sa dove andare, perde l’orientamento. Ecco: Dio è questo punto ideale che ci rivela e ci indica chi siamo, da dove veniamo, dove vogliamo andare, e, soprattutto, chi vogliamo essere. Ci sono stati tentativi di distruggere questo punto di orientamento, di eliminare Dio dalla vita delle persone e dalla società. In effetti, i regimi atei totalitari del secolo scorso hanno eliminato Dio dall’organizzazione della vita e della società. Il risultato è stato quello di essere diventati non più uomini, ma meno uomini. Con l’assenza di Dio e della fede si sono perpetrati i crimini più orrendi contro la dignità dell’uomo, riducendolo a cavia, a schiavo, a oggetto di tortura. In definitiva, il testo biblico ci dice che il dove dell’uomo è Dio stesso. Se l’uomo rimane in amicizia con Dio, se crede nella sua esistenza e nella sua Provvidenza, realizza il suo essere, vive in armonia con se stesso, con gli altri, con il mondo. La seconda riflessione prende in esame il testo di S. Paolo che indica qual è la vera vocazione dell’uomo, il suo vero destino. L’apostolo delle genti scrive che noi siamo “predestinati ad essere santi e immacolati”. Ora, questo ideale può apparire a prima vista molto alto e quasi irraggiungibile. Parlare oggi di santità e di purezza vuol dire sfidare i costumi culturali e sociali dominanti, le opinioni comuni, i modelli di comportamento proposti dai diversi mezzi di comunicazione. Eppure anche oggi non mancano i grandi santi, testimoni dell’amore al prossimo, dell’aiuto ai poveri, della difesa della dignità e della libertà umane. La geografia della santità si è allargata con il pontificato di Giovanni Paolo II, che ha proposto ai fedeli esempi di santità laicale nel mondo della famiglia, della politica, dell’economica. In un documento del dopo giubileo, Giovanni Paolo II ha definito la santità “la misura alta della vita cristiana”. Questa definizione sottolinea la generosità e la dedizione totale del vivere cristiano, e presenta Dio stesso come un modello di generosità. La parabola del seminatore, per esempio, utilizzata da Gesù per richiamare la necessità di ascoltare la parola di Dio, descrive Dio come un contadino che semina in tutti i luoghi, anche in quelli più aridi e impraticabili. Dio non si preoccupa di dove cade il seme, ossia non si preoccupa della risposta negativa da parte dell’uomo, ma segue il suo progetto di generosità e di amore e offre a tutti gli uomini la sua ancora di felicità e di salvezza. Una terza riflessione ce la offre la risposta di Maria all’annuncio dell’angelo: “Eccomi io sono la serva del Signore. Avvenga di me quello che hai detto”. Al contrario degli scribi e dei farisei, la Vergine Maria crede alla Parola di Dio anche senza l’aiuto e l’appoggio di un qualche intervento miracoloso. All’arcangelo che le portava l’annuncio, ella, non essendo sposata, chiese semplicemente di sapere come avrebbe potuto concepire e diventare madre. Una volta rassicurata sull’intervento divino per la sua maternità, si affidò al compimento della Parola: “si compia in me la tua Parola” (Lc 1, 38). In altri termini, Maria non mette in dubbio l’onnipotenza divina, ma chiede solo una spiegazione di come questa onnipotenza divina opererà, con quale collaborazione umana essa potrà portare a compimento il suo piano. Anche nell’episodio delle nozze di Cana, Maria si limita a mettere in evidenza la situazione di difficoltà e di povertà (Cf Gv 2, 3), nella fiducia che suo figlio non avrebbe chiuso gli occhi davanti al bisogno degli sposi. Questo atteggiamento di Maria Vergine, dunque, ci insegna che dobbiamo metterci in ascolto della Parola di Dio, fidandoci di essa, ed affidandoci ad essa. Il vangelo ci riferisce che, all’inizio della rivelazione dell’identità messianica del loro figlio, i genitori di Gesù “non compresero le sue parole” (Lc 2, 50). Ma, nonostante ciò, invece di insistere nel chiedere ulteriori spiegazioni, “sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 2, 51). Maria, quindi, si presenta come la custode della Parola di Dio. Nella mia lettera pastorale sulla Parola di Dio ho scritto che questo suo atteggiamento ci fa pensare alle tante mamme dei nostri paesi, che custodiscono allo stesso tempo sentimenti di amore e parole di odio, memoria di affetti e desiderio di vendetta. L’ascolto convinto della Parola di Dio, sull’esempio di Maria la madre del Crocifisso, le può aiutare a diventare custodi di riconciliazione e di perdono. Tante persone conservano nel riserbo della loro coscienza domande di mistero e di dubbio di fronte al male inspiegabile, alla sofferenza innocente, alla violenza gratuita. Anche esse, con la luce della Parola di Dio e la forza dello Spirito, possono diventare custodi della fede e della speranza, e possono trasformare le stagioni del male nelle stagioni della grazia. In sintesi, il messaggio della liturgia odierna ci invita, in primo luogo, a non lasciarci sedurre dai tanti serpenti della storia, che vorrebbero allontanarci da Dio ed illuderci che senza Dio, senza fede, senza le direttive della morale cristiana, si è più liberi, più autonomi, più felici. Non è così. L’uomo è creato per vivere in comunione con Dio e finché non realizza questa sua natura va incontro all’inquietudine e all’infelicità. In secondo luogo, siamo invitati a vivere da santi accompagnando le vicende della vita quotidiana con gesti di carità, di solidarietà, di serietà professionale. Non siamo chiamati a fare miracoli o cose impossibili, ma a vivere in modo straordinario i momenti ordinari della nostra esistenza. Infine, siamo invitati a saper ascoltare quello che lo Spirito dice alle nostre menti e alle nostre coscienze e saperlo trasformare in comportamenti virtuosi. La Vergine Immacolata, icona dell’ascolto divino, che ha vegliato sulla chiesa nascente ed ha incoraggiato e protetto gli apostoli e i primi discepoli, voglia vigilare anche sulla nostra chiesa arborense, sulle nostre speranze e sulle nostre iniziative. La sua statua che tra poco benediremo e che dall’alto della colonna veglia sul Seminario Arcivescovile sarà simbolo e garanzia della sua protezione che invochiamo con sincera devozione ed accogliamo con viva riconoscenza. Amen.
+Ignazio, Arcivescovo
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