giovedì 9 dicembre 2010

Lo sfacelo e gli insulti.


di Concita De Gregorio.
«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Articolo 9 della Costituzione. Ci vogliono 12 secondi a leggerlo. Un impegno straordinario a incarnarlo - tempo visione politica progetti e fatica - uno straordinario disimpegno a disattenderlo: un’alzata di spalle, non dipende da me.
In questo nostro disgraziato paese succede che uno dei più celebrati direttori d’orchestra del mondo inauguri la stagione della Scala, uno dei più importanti teatri del mondo, leggendo quella riga e mezza. Un modo per esprimere «a nome di tutti i colleghi di tutti i teatri d’Italia» profonda preoccupazione per le sorti della cultura nel nostro paese. Venti secondi in tutto, e che lo spettacolo abbia inizio. Succede che nel giro di pochi minuti a nome della maggioranza di governo un signore di nome Daniele Capezzone risponda a Daniel Barenboim - del cui impegno di pacificazione nei fronti più caldi del globo non ha probabilmente alcuna nozione, a tacere dei talenti: qualcosa nella vita per avere voce in capitolo bisognerebbe pur aver fatto, in effetti - succede insomma che Capezzone trovi la lettura della Costituzione un «comizio antigovernativo» e le espressioni di preoccupazione «i due minuti di odio orwelliani». Bondi, il ministro della Cultura che ha scansato la sfiducia per provvidenziale serrata delle Camere, non c’era. Cerchiamo di stare ai fatti. L’atteggiamento antigovernativo non è di chi legge la Costituzione, è di chi non la attua. Oltre che antigovernativo - nel senso di letterale di governo della cosa pubblica - è anticostituzionale, anti istituzionale, anti italiano. Il problema, come al solito, non è che esista qualche coraggioso che denunci quel che non funziona: il problema è quel che non funziona, e smettere di dirlo - mettere a tacere tutti i Saviano i Baremboim i dirigenti Rai e i giornalisti che lo fanno - non cancella il fatto che fragorosamente, vistosamente, non funziona.
La Repubblica italiana incarnata dal ministro Bondi e dal suo principale non «promuove lo sviluppo della ricerca scientifica e tecnica» né tanto meno della cultura. Prova ne sono le denunce degli enti culturali anche istituzionali, lo sciopero dei musei e dei teatri, le proteste dei lavoratori dello spettacolo, le parole del capo dello Stato, le migliaia e migliaia di docenti e studenti di tutta Italia che occupano da settimane le strade e le stazioni, il Colosseo e la torre di Pisa. La cultura è considerata un pericolo, con tutta evidenza: è qualcosa che rende capaci di comprendere, dunque eversiva. La Repubblica non «tutela il paesaggio e il patrimonio artistico della Nazione», che cade a pezzi al ritmo di una domus pompeiana a settimana, col ministro che dice non so da che dipenda. Bisognerebbe rendersi conto, con uno sforzo di distogliere l’attenzione dal proprio ombelico, che Pompei, la Scala, il Colosseo oggi in attesa di sponsor privato che lo restauri, sono un patrimonio dell’umanità oltre che la principale risorsa di questo paese. Non è difficile: in Italia abbiamo questo. Cultura, sapere. Siamo - eravamo? - i migliori al mondo. Beni che sarebbero formidabili generatore di ricchezza e di lavoro, ad avere un impresario. Putroppo l’impresario non c'è. Ha da fare. Ha i suoi problemi da risolvere, così noi ci teniamo lo sfacelo e per sovrapprezzo i suoi insulti.

7 dicembre 2010 "L'Unità"

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