
Gianni Sanna(Segretario Provinciale Pd-Oristano)
La mia introduzione alla Direzione di questo pomeriggio. E poi dodici interventi per avere una videata degli stati d’animo, delle preoccupazioni e delle richieste dei nostri quadri di fronte alla evoluzione della politica nazionale. Complessivamente quello che mi aspettavo. Forse un solo intervento era per così dire fuori posto. Comunque ci stava anche quello. Disorientamento ed aspettative in attesa della Direzione Nazionale del 13/1.
Ringrazio gli intervenuti: Caterina Pes per aver arricchito con le sue note e le sue personali considerazioni l’introduzione ai lavori, Claudio Atzori, il prof. Salvatore Zucca per l’equilibrio delle sue valutazioni, il prof. Luigi Mastino che con la consueta bravura ha interpellato il partito sulla protesta dei giovani, Antonio Solinas che ha richiamato i quadri ad un impegno forte nel territorio ed a salvaguardare le nostre rappresentanze parlamentari in caso di consultazione anticipata, Guido Tendas per l’appassionato richiamo ad un rinnovamento di cui non bisogna avere paura, Adriano Sitzia per la lucidità dell’analisi su alcuni passaggi dlla recente esperienza del pd, Momo Tilocca ed Anna Ferrara per aver dato voce al disorientamento del nostro popolo che reclama un partito riformista e di sinistra che costruisce alleanze senza perdersi all’interno delle stesse, Luigi Cossu per il forte richiamo a vivere la nostra identità nei territori, Valerio Spanu per il suo richiamo ad un partito aperto e Dolores Sanna per l’accorato invito a non perdersi in beghe interne.
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Nel salutarvi vi rinnovo gli auguri, scusandomi con ciascuno per aver interrotto le vostre festività con questo incontro della Direzione, convocata unitamente ai Segretari di Circolo.
In effetti l’incontro odierno doveva seguire la Direzione Nazionale indetta per Giovedì 23 dicembre ma poi rinviata a seguito delle votazioni in Senato sulla legge di riforma dell’Università.
La Direzione Nazionale si terrà il 13 Gennaio e tutti i segretari provinciali e regionali sono stati in qualche modo preavvertiti di convocare per la seconda metà del prossimo mese - alla presenza di un rappresentante della Direzione nazionale – un incontro delle rispettive Assemblee per discutere appunto delle determinazioni che in quell’occasione saranno assunte.
Non ho comunque voluto disdire la riunione odierna non solo per un gesto di rispetto verso coloro che l’avevano comunque appuntata nelle proprie agende, ma anche perché una libera riflessione tra noi la ritengo utile.
Anzi la circostanza che la stessa avvenga in anticipo su un pronunciamento della Direzione permette a ciascuno di noi certamente una maggiore libertà, una sorta di positiva informalità che aiuta un confronto autentico.
La mia non sarà una vera e propria relazione, semmai un’introduzione al dibattito che oggi vuole essere invece assai libero, per quanto sempre composto e costruttivo come si addice ai quadri dirigenti di un partito.
Peraltro credo che davanti all’evoluzione della situazione politica che accompagna il tramonto del berlusconismo; ai percorsi non sempre lineari del costituendo terzo polo che in fondo è stato battezzato ancor prima di nascere; al tentativo di resistere a qualunque prezzo da parte di chi non ha più una maggioranza che gli permette di governare il paese e che mediaticamente ostenta invece sicurezza e forza; a qualche incertezza determinata dal sovrapporsi delle voci e delle strategie ( anche se talvolta appaiono solo tattiche) in seno al centrosinistra ed ovviamente all’interno del nostro partito che ne costituisce l’asso portante ed insostituibile, è comprensibile apprensione e bisogno di discutere da parte dei nostri quadri e dei nostri elettori.
Ed allora ci sta che noi oggi discutiamo, ci confrontiamo. Senza isterismi, con la consapevolezza che una lunga storia – dal saldo decisamente negativo – si sta chiudendo, ma che non siamo ancora saliti in vetta alla montagna per poter scorgere chiaramente il panorama che ci sta davanti.
Io credo che questa consapevolezza sia presente in Bersani e nel nostro gruppo dirigente. Emerge dall’atteggiamento responsabile tenuto in questi mesi. Tradottosi efficacemente in quella definizione di “partito di governo temporaneamente all’opposizione”, che è poi la chiave di lettura più puntuale della linea che ha segnato l’azione della Segreteria nazionale.
Avere sempre presente il paese e la sua crisi dietro ogni nostra decisione, perché prima di ogni altra cosa viene appunto il paese; aver la consapevolezza che una grande forza politica temporaneamente all’opposizione ha il dovere di facilitare anche con la sapienza dei suoi gesti processi di decomposizione non facili all’interno di quel “modello” – culturale prima ancora che politico – alternativo al nostro e che ha permesso a B di interpretarlo per sedici anni , via via con sempre maggiori intemperanze e senza pudore, perché lo stesso entrasse in una crisi non temporanea ma irreversibile; ed al tempo stesso la difficoltà - soprattutto nostra, del Pd – di far passare l’idea che per il futuro non serve l’uomo della provvidenza ma il progetto riformista e la squadra capace di realizzarlo mentre anche a sinistra – si, anche nel nostro popolo – il berlusconismo è riuscito a fare breccia rendendo molto forte la tentazione di molti nostri elettori a rifugiarsi nella ricerca di un leader che ci prenda per mano, ci racconti una storia che ci permetta di superare la notte.
Ed ancora – permettetemi di dire – in questa stagione decisamente decadente dove le culture resistono di più delle azioni politiche conseguenti, che soprattutto noi corriamo il rischio di rappresentare il nostro riformismo in chiave distorta, come una sorta di conservazione dell’esistente rispetto ai caotici e pericolosi tentativi di riforma dell’organizzazione dello stato e della pubblica amministrazione da parte del centro destra che pure vi è stata.
Poco importa poi se la legalità del sistema, l’indipendenza degli organi ed l’imparzialità dell’azione amministrativa ne escono indeboliti; se per i più forti sarà più facile ottenere quello che chiedono, senza l’inghippo di procedure concorsuali che mettono tutti sullo stesso piano, e per i più deboli ottenere ciò che è il riconoscimento di un diritto sarà invece solo un atto di graziosa generosità dell’amministratore di turno, cui dovrà poi essere corrisposta eterna gratitudine.
In fondo sono stati gli ultimi quelli che hanno fatto vincere a Berlusconi le sue battaglie, che gli hanno permesso di rialzarsi quando era al tappetto. Quegli ultimi che noi pensavamo di interpretare e che invece non siamo riusciti neppure ad intercettare.
Perché forse gli ultimi cui noi abbiamo guardato in questi anni erano solo gli ultimi “tra i garantiti”; i più, i tanti nuovi ultimi– quelli cioè che lo sono per davvero – stavano fuori dal nostro orizzonte già da un pezzo e non incontrando noi sulla loro strada si sono aggrappati – disperati e senza prospettive – a chi poteva loro promettere ( badate solo promettere e non garantire) certo non un futuro ma solo qualche giornata. Poco importa se nella precarietà, nell’insicurezza, nella violazione di qualsiasi vincolo di solidarietà. Quando c’è il buio ognuno cerca la luce da solo. Si arrangia, insomma.
Io credo carissimi democratici che il nostro partito sia nato per questo tre anni fa. Per offrire un’opportunità diversa. Per costruirla un’alternativa vera e moderna . Perché questa non è come un vestito confezionato esposto in vetrina.
Per costruirla in modo sobrio e credibile con le abilità dell’artigiano. Ed il lavoro è faticoso. Ha tempi che sono lunghi. Certo più lunghi di quello che le continue scadenze elettorali ci richiedono.
Per me non c’è nulla più di sinistra del voler cambiare le cose. Di certo non si è di sinistra in base a una sorta di autocertificazione. Conosco gente “di sinistra” che ha concezioni inaccettabili del potere e della politica. Gente che il sistema aspira ad ereditarlo per riempirlo di famigli piuttosto che a cambiarlo per davvero.
Magari guardando con attenzione in questi ambienti anche localmente capiremo le ragioni di alcune ripetute sconfitte. E compiendo scelte coraggiose può darsi che inizieremo a vincere. Magari cominciando dalla nostra città capoluogo.
Ma per costruirla l’alternativa dobbiamo avere le idee chiare, il nostro progetto. Quelle cinque cose legate tra loro che permettano di offrire una prospettiva credibile, che permettano di illuminare la notte della crisi in modo tale che nessuno pensi di potersi salvare da solo . Perché intravedendo il bagliore della luce ciascuno possa avvertire che ci sono altri come lui, nelle sue stesse condizioni, altri che aspirano a rappresentarlo, cui stringersi per uscire più velocemente dal tunnel della crisi.
Non bastano le narrazioni. Le suggestioni delle parole che non rimandano ai contenuti. In qualche modo non basta la sola buona comunicazione, anche se certo non può mancare.
Bersani ha indicato in Piazza San Giovanni due grandi sfide cui non possiamo sottrarci: una riforma repubblicana e un’alleanza per la crescita e il lavoro. Ci ha ricordato successivamente in un’intervista a Repubblica e successivamente all’Unità che entro gennaio su questo ci sarà una proposta al paese, a tutto il paese, recuperando in extremis quella vocazione maggioritaria del nostro partito che aveva distinto la nascita del Pd per essere troppo frettolosamente abbandonata dopo la sconfitta elettorale del 2008.
Attendiamo quindi tutti la Direzione del 13 gennaio, con una certa trepidazione. Perché di quella proposta non ha bisogno solo il centrosinistra, ma ne ha bisogno il Paese.
Sapendo bene tutti noi che molte dichiarazioni in questi giorni hanno messo in difficoltà tantissimi nostri elettori, hanno creato un sacco di confusione e forse hanno persino dato l’impressione di snaturare un’impostazione politica che lo stesso Bersani aveva dato al Congresso.
La dico così perché io credo che noi abbiamo bisogno sempre di ricordarci una cosa.
Il Pd l’abbiamo fatto perché volevamo mettere prima di tutte le altre cose gli elettori.
Era un passaggio semplice.
Allora oggi non solo bisogna difendere le primarie ma bisogna difendere il senso politico della scelta di consultare gli elettori.
Bisogna consultare gli elettori anche per scegliere la direzione politica. Dove vogliamo andare e con chi vogliamo andare.
Questo è l’obiettivo che dobbiamo centrare.
Una delle cose più insopportabili della nostra recente esperienza democratica è stata l’introduzione del Porcellum. Ne abbiamo parlato tante volte.
Ce lo ha ricordato anche Bersani. Noi non dobbiamo mai smettere di combatterlo.
Ma se questa legge dovesse ciononostante sopravvivere, noi dobbiamo in qualche modo “addomesticarla”, come direbbe un caro amico, utilizzando le primarie per scegliere almeno i nostri parlamentari.
Ed il problema anche in questo caso è nel senso politico, perché il Porcellum ha introdotto il detestabile criterio che la politica si decide in pochi, che la “politica la facciamo noi che siamo i politici ed in tre, quattro, cinque si decide chi sono tutti i parlamentari”. O ai diversi livelli i nostri rappresentanti nelle istituzioni.
Dobbiamo stare attenti, perché i nostri elettori vogliono invece essere chiamati, desiderano partecipare, pretendono di scegliere.
Ed allora al nostro Segretario in queste more che ci separano dal 13 gennaio vogliamo dire che noi non abbiamo bisogno di meno confronto, di meno partecipazione, semmai ne abbiamo bisogno di più. Abbiamo degli strumenti. Bene. Utilizziamoli. Con sobrietà certo, ma utilizziamoli. Mobilitandoci. Abbiamo visto che non è poi così difficile.
Ed al nostro Segretario vogliamo anche dire in viat della data del 13 una seconda cosa. C’è il partito dell’astensione. E quello per noi è un grande problema. Certo anche per la democrazia italiana, ma soprattutto per noi. Bene i dati ci dicono, i sondaggi ci ripetono che noi abbiamo bisogno di recuperare le persone che si sono allontanate dalla politica. Ci sono delle modalità, ci sono gli argomenti.
Ebbene facciamo i conti con questo partito dell’astensione.
Proviamoci. Sappiamo che il 40% di questi insoddisfatti dalla politica, è interessato a noi.
Dicevo prima di quelle cinque cose che, legate tra loro, ci permettano di offrire una proposta credibile, una prospettiva seria e come tale sostenibile dalla maggioranza degli italiani. Partendo magari da quello stupendo secondo comma dell’art.3 della nostra Costituzione che non si limita a dirci che siamo tutti uguali davanti alla legge, ma che impegna la Repubblica, e quindi non solo lo Stato ma anche tutti i soggetti di mezzo, a rimuovere le cause di diseguaglianza, le troppe differenze che quei cittadini onesti, seri, responsabili, delusi dalla politica, trovano fastidiose ed insopportabili.
Bene. Definiamole, cosi come annunciato da Bersani l’11 dicembre.
Discutiamole nelle nostre assemblee provinciali e regionali, come si farà a gennaio.
Dopodiché confrontiamoci con la coalizione di centrosinistra, promuoviamo momenti comuni a Roma come a livello locale, perché se si va a votare ci vuole un progetto condiviso, anche per scegliere il leader.
Una coalizione nasce da un progetto comune . In una coalizione non c’è chi vince e chi perde. Non ci sono due visioni contrapposte. O si vince tutti o si perde tutti.
In Sardegna abbiamo sperimentato la seconda ipotesi ed oggi paghiamo il fio di due anni di non governo Cappellacci.
E poi una coalizione riformista non può vincere, se si indebolisce il partito che ne costituisce l’ossatura. Dico questo perché talvolta i nostri alleati provano a tenere la scena solo parlando di noi, mi verrebbe dire solo parlando male di noi, o di quelle che secondo loro sono le nostre debolezze.
Dico questo ben sapendo che con Idv e con Sel stiamo insieme, ovunque governiamo. E l’alleanza funziona. E non riesco ad immaginare una prospettiva in cui questa condivisione venga meno.
Ma il progetto viene prima delle alleanze.
Sia chiaro. Il leader si sceglie dopo.
Se su queste cinque cose per noi irrinunciabili c’è qualcun altro che si vuole aggregare e si può aggregare. Bene. Non ci sono preclusioni verso chi è stato opposizione al modello berlusconiano.
Ben sapendo che quando parliamo di alcune di esse, come di nucleare ( lo faremo anche noi il prossimo 14 gennaio, su iniziativa del nostro forum provinciale), come di diritti civili, come di lavoro i nodi verranno comunque al pettine ed emergeranno distanze incolmabili con quello che si autodefinisce terzo polo .
Perché la fiducia e la credibilità sono le parole fondamentali per recuperare il rapporto con le persone, con i delusi, con i cittadini.
E se proponiamo un’alleanza essa dovrà fondarsi proprio su quelle cinque cose in cui crediamo, per le quali possiamo essere riconosciuti come una forza democratica, riformista. I democratici appunto.
Questo di oggi sarà un dibattito preliminare, non vincolato da documenti o a documenti. Il primo passo verso quelli più impegnativi che saremo chiamati a fare insieme il prossimo mese.
Per noi è la prima videata su cui ragionare nei prossimi giorni, direbbe qualcuno. Sono certo che sarà arricchita dal contributo che ciascuno di voi vorrà e saprà dare.
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