giovedì 18 novembre 2010

Il Pd ha l'alibi.


Stefano Menichini.
Le descrizioni dei giornali e i commenti degli opinionisti, soprattutto di quelli mai stati pregiudizialmente ostili, fanno spavento. Anzi, muovono alla ribellione. Non è possibile che davvero il Partito democratico sia un progetto esaurito, un partito prematuramente estinto, una scatola vuota dalla quale chi può fugge, a cominciare dai suoi elettori.
Non è accettabile, e il primo istinto sarebbe di dire che infatti le cose non stanno affatto così.
Se non fosse che i segnali dal quartier generale autorizzano proprio i pensieri più neri.
Dovendoli riassumere in un concetto: il Pd sta dicendo urbi et orbi che da solo non ce la fa. Non a battere Berlusconi, perché questo purtroppo lo sanno tutti (per quanto sarebbe la sua missione, diremmo, istituzionale). Ma proprio ad andare avanti, a sopravvivere come entità autonoma alla crisi del bipolarismo, a conquistare il posto che gli spetta nel cambio di stagione.
Per paradosso, questo obiettivo segnale di difficoltà arriva mentre i democratici si preparano a tre settimane potenzialmente piene di soddisfazioni: micidiali trappole piazzate sul percorso del governo in parlamento, la grande manifestazione dell’11 dicembre, infine il premio possibile della caduta di Berlusconi.
La contingenza politica dovrebbe mettere il turbo nel motore del Pd, e non c’è dubbio che da Bersani fino all’ultimo dei militanti tutti si spenderanno al massimo in questi passaggi cruciali.
Il problema è che la buona volontà e l’impegno non sono mai stati in discussione, non sono mai venuti meno da parte di nessuno, compresi coloro che nel Pd si trovano ora in minoranza. E c’è però egualmente un male oscuro che corrode il partito dall’interno, e che ieri faceva scrivere a Luigi La Spina sulla Stampa, parlando della crisi nel rapporto fra il Pd e i suoi elettori: «Caduto il sogno dell’ideologia, quella che alimentava le speranze di cambiamento, la fiducia nel futuro, un ancoraggio solido di valori in cui credere, quel popolo ha bisogno di qualcosa che la sostituisca e di persone che, con l’esempio della loro vita, possano restituire l’entusiasmo, la voglia di partecipare a una lotta, la passione per un impegno civile, prima ancora che politico. Il Pd, dal suo travagliato parto in poi, ha offerto altro. Innanzi tutto un sostanziale messaggio di conservazione, del tutto contraddittorio rispetto allo spirito di un partito di sinistra, che dovrebbe fare del cambiamento la sua bandiera...».
E più avanti: «Non c’entra nulla il riformismo o il radicalismo, il riferimento al cattolicesimo o al tardomarxismo, il gioco delle cordate correntizie o la voglia di sconfiggere il segretario di giornata. Gli elettori delle primarie fanno vincere Renzi, Vendola, Pisapia perché sono in cerca di figure che accendano una speranza di cambiamento e che offrano un progetto di futuro che riscaldi anche il cuore. Perché, nella politica di oggi, l’emozione conta come la ragione».
Mi scuso per la lunga citazione, ma secondo me è utile perché descrive bene i due lati deboli del Pd del 2010: il deficit di coraggio nell’innovazione, nella proposta di cambiamento per un paese dove c’è davvero ben poco che meriti di essere conservato. E la deliberata rinuncia ad affidare questo messaggio di cambiamento radicale a figure che possano incarnarlo innanzi tutto in se stesse, in un’era in cui – volenti o nolenti – l’opinione pubblica esige coerenza fra il messaggio e la persona fisica che lo trasmette.
Questo è un discorso che si può fare serenamente con Bersani, che conosce queste regole e semplicemente ha provato a sovvertirle, in coerenza con una sua idea di politica e di partito sottratta ai vincoli della comunicazione e della personalizzazione: un’operazione seria, la sua, importante se fosse riuscita. I tempi però sembrano ancora inclementi: tutte le vicende elettorali recenti e in corso ci parlano di un’Italia alla ricerca di figure dotate di carisma, purtroppo importa poco se sovrapposto a messaggi costruttivi o, più facilmente di semplice rottura.
Bersani è di gran lunga il più aperto e sincero fra i politici di prima fila, e come tale viene generalmente apprezzato. Di fatto però la sua figura di italiano normale appare travolta dai narratori, dai picconatori, o anche solo da quelli che si sono assunti in extremis la missione di liberare l’Italia da colui che avevano sopportato e supportato fino all’altroieri.
Il Pd appare travolto di conseguenza, né si può onestamente dire che esistano all’interno alternative alla leadership del segretario, e se anche ci fossero non sarebbe proprio il momento di mandare tutto per aria per l’ennesima volta.
Certo le ragioni della crisi vanno anche oltre il discorso del leader.
Sempre sulla Stampa, martedì, Piero Bassetti diceva cose definitive sull’illusione di tornare al partito territoriale: «Come se due milanesi, per il solo fatto di abitare entrambi al Lorenteggio, debbano condividere problemi e visioni del mondo, quando ormai le connessioni passano per tutt’altre vie».
Nelle difficoltà, il Pd è però soccorso dalla crisi.
C’è una coincidenza, non cercata ma a questo punto tenacemente sostenuta, fra la difficoltà di interpretare il ruolo di protagonista dell’alternativa (per i diversi motivi enunciati) e una esigenza generale, abbastanza evidente, di mettere insieme al servizio dell’Italia forze più grandi di un singolo partito, di un singolo leader e perfino di una singola coalizione.
Il Pd non ce la può fare da solo per i suoi limiti specifici, speriamo transitori, ma nessuno ce la può fare da solo. Neanche tutto il centrosinistra ce la può fare, da solo. Non parliamo delle truppe ancora raccogliticce e fragili del Terzo polo. E del resto – in un sistema politico tutto alla fine si tiene – neanche Berlusconi e ciò che rimane del suo centrodestra, ce la possono fare da soli.
Questo dà senso all’idea di una transizione affidata a schieramenti più ampi, d’emergenza: adesso, o in campagna elettorale, forse perfino dopo il voto. E questo dà anche un discreto alibi al Pd. Un alibi che vale solo per poco, per

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