sabato 11 settembre 2010

Questi due libri mi stanno facendo riflettere.



L’infanzia dorata, la giovinezza comunista, la corte di Mattei
e quella di Scalfari: il bilancio d’una vita in «Poteva andare peggio»
CESARE MARTINETTI

Possono essere «ragionevoli» le «illusioni»? Unendo queste due parole nel sottotitolo del suo libro, Mario Pirani rivela autoironia e disincanto nell’affrontare il bilancio di una vita rimarcabile, oltre sessant’anni di politica e giornalismo, illusioni e disillusioni, nel segno di una passione mai dissociata dall’ostinato esercizio della ragione.

Poteva andare peggio (Mondadori, 430 pp., 20 euro) è autobiografia e anche autoanalisi, il racconto del protagonista di una generazione per la quale la politica è stata misura e struttura dell’esistenza. A quelli come Pirani (classe 1925) è toccato in sorte di crescere al passo con la Storia: il fascismo, la guerra, la ricostruzione, l’energia costruttiva degli Anni Sessanta, il giornalismo di battaglia degli Anni Settanta... Tempi, che paragonati a quelli di oggi, ci appaiono lunari, persino eroici.

Nato a Roma in una famiglia ebrea, borghese, liberale, Pirani attraversa un’infanzia dorata, vacanze al Lido di Venezia e in Versilia, austere atmosfere thomasmanniane e da «vestivamo alla marinara», distese di spiagge esclusive, dove i bagnini correggevano a ogni ora l’inclinazione delle tende per assicurare ombra costante alle signore che abbigliate in severi costumi osservavano le tate badare ai bambini. Ore e ore di infinite giocate alle biglie, ma anche la conturbante scoperta del sesso spiato attraverso le fessure dei padiglioni balneari e del desiderio del «giardino segreto» intravisto una volta sotto la camicia da notte della giovane domestica Liana.

Un incantesimo che va in pezzi nella seconda metà degli Anni Trenta. Le leggi razziali (dalle quali però la famiglia Pirani si salva con infinite peripezie), la guerra, l’occupazione. Il ritorno alla vita. Il padre, dirigente della Ciga Hotels, lo vorrebbe direttore d’albergo e gli apre la strada al Continental di piazza dei Cinquecento. Ma i tempi offrono ben altro al giovane Mario: «La gioia, la curiosità per una libertà che non avevamo mai conosciuto... i manifesti dei partiti, incollati ai muri, ci rallegravano come quadri di un’esposizione futurista... l’annuncio dei comizi ci sollecitava come una prima teatrale: il socialista Nenni, l’azionista Cianca, il comunista Terracini: mi abbeveravo alle loro parole».

L’adesione al Pci fu la conseguenza non obbligata ma naturale di un momento in cui la mente si liberava da «valori borghesi, credenze religiose, opinioni di classe». Un’«illusione», rivela ora il Pirani-biografo: «Stavamo diventando succubi di un nuovo credo globale... che avrebbe giustificato ai nostri occhi ogni prevaricazione, violenza, spietatezza e dittatura». Il giovane Mario non può o non sa vederlo. Chiede di entrare a tempo pieno nell’apparato del partito. «Ci definivamo “rivoluzionari di professione”, senza alcun senso del ridicolo». La vita e la politica si uniscono in un amalgama indistinguibile. Quando lo trasferiscono a Venezia, il partito gli organizza anche il matrimonio perché laggiù «non avrai né il tempo né i soldi per andare a puttane». L’amore - con Claudia - crescerà poco per volta e durerà sempre, nonostante la separazione.

I dubbi, tuttavia, affiorano fin dal ’48, con la condanna di Tito da parte del Cominform: «I miei convincimenti cominciarono a vacillare». E ora confessa il Pirani biografo: «Se il Pci avesse prevalso, l’Italia avrebbe conosciuto una sorte simile a quella delle “democrazie popolari” dei Paesi dell’Est». Fu la doppiezza togliattiana a salvarci, ma anche l’elasticità di De Gasperi e persino la «mano ferma» di Scelba.

I dubbi non salvano però Pirani, nemmeno ai tempi della campagna antisemita dello stalinismo declinante del ’53, nemmeno con l’invasione sovietica di Budapest nel ’56. Diventato giornalista dell’Unità, Mario lascerà il Pci solo nel ’61, dopo un grottesco processo, accusato di deviazionismo per articoli troppo realisti sulla presa del partito tra gli operai. Reichlin, direttore del giornale, che pure li aveva pubblicati, non mosse un muscolo in sua difesa; Pintor, futuro espulso, si adoperò per censurare le tentazioni socialdemocratiche di Pirani che proprio allora toccò con mano l’illusione vissuta: «Ringraziai in cuor mio di vivere al di qua della cortina di ferro protetto dalla bandiera a stelle e strisce».

E così Mario Pirani da Lenin passò all’Eni, complice e sponsor Giorgio Ruffolo, entrando in un’altra ragionevole illusione della sua vita, incaricato da quel genio visionario di Enrico Mattei di tenere le fila della diplomazia segreta con il governo clandestino dell’Algeria che stava conquistando l’indipendenza. Mentre il governo italiano ancora fiancheggiava Parigi, il patron dell’Eni era già oltre. Troppo oltre. A Pirani, inviato a Tunisi, era affidato un ruolo che stava tra l’ambasciatore mascherato e l’agente segreto. I capitoli dedicati a questa parte della vita sono degni di Graham Greene, grande scrittura e appassionante intreccio. Ma anche la testimonianza di un protagonista su una vicenda - la politica dell’Eni e la morte di Mattei, che Pirani considera un omicidio degli americani - che è uno snodo cruciale della storia italiana del dopoguerra. Eugenio Cefis avrebbe ribaltato l’utopia neutralista dell’Eni matteiano e riportato l’Italia nel recinto americano.

Dal 1968 la vita di Mario Pirani prende l’ultima e definitiva incarnazione: il giornalista. Prima al Giorno di Pietra, poi al Globo di Ghirelli, di nuovo al Giorno. Dal ’76 - dalla fondazione - a Repubblica alla corte di Eugenio Scalfari, poi a La Stampa e dall’86 di nuovo a Repubblica, che considera la sua «casa». Il tempo delle illusioni non è però finito. Prima svanisce il sogno di dirigere La Stampa: l’avvocato Agnelli, che ai suoi direttori ha sempre chiesto un côté di levità, lo aveva forse trovato troppo serioso. O perlomeno questo è quello che Mario pensa. Poi la cricca P2 della Rizzoli lo attrae - brevemente - nella trappola della direzione dell’Europeo.

Fare il direttore di un grande quotidiano è stato per Mario Pirani forse la maggiore delle illusioni perdute. L’averlo raccontato in questo libro con lo stesso ruvido rigore dei suoi articoli testimonia che erano anche ragionevolissime: un sognatore molto realista.

Altra pubblicazione interessante è il libro di Sergio Chiamparino la "Sfida", manifesto politico dove il sindaco di Torino spiega perchè la sinistra perde sempre e che cosa serve per provare a ribaltare tutto.Un lungo rosario di giudizi netti e spietati su un partito che ha fallito "la scommessa primordiale" del Lingotto,su una sinistra che non ha più identità,magari neppure un futuro e che,soprattutto,ha perso gran parte delle sue parole d'ordine.Se si chiede a chiunque quali sono i valori evocati dalla parola destra,le risposte fioccano:immigrazione,tasse,federalismo.E la sinistra,invece?Al massimo qualcuno cita la legalità.Noi comunisti italiani(Pci),dice il sindaco di Torino,avremmo dovuto essere capaci di far cadere il nostro "muro" personale almeno un minuto prima che cadesse il Muro di Berlino.Il fatto è,continua Chiamparino,che il nucleo originario del nostro postcomunismo è sempre lo stesso e molti problemi nascono di lì.Ci siamo fatti scavalcare,e secondo me,se non si cambia sarà sempre peggio.E allora chi contrasterà la destra?Forse un terzo polo,forse anche un quarto,ma di certo non noi,conclude il sindaco.

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