venerdì 17 settembre 2010

La deflagrazione.


(Massimo Franco)
Fra Pier Luigi Bersani e Walter Veltroni si è aperta una dinamica simile a quella tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Con un processo imitativo involontario, il maggior partito d'opposizione sta seguendo e copiando lo smottamento del Pdl. Lo smarcamento deciso ieri dall'ex segretario segna l'inizio di un fuoco di sbarramento contro la candidatura di Bersani a Palazzo Chigi: un epilogo che, senza l'iniziativa della minoranza del Pd, sarebbe stato scontato o per convinzione o per forza di inerzia.


Non è escluso che alla fine il centrosinistra si orienti comunque su questo leader, che ha ancora la maggioranza del partito. Ma certamente la scelta passerà attraverso momenti di tensione.
Perfino il linguaggio polemico ricorda la rissa Berlusconi-Fini. Gli uomini di Bersani accusano Veltroni di avere fatto un autogol proprio mentre la maggioranza di governo è in grande affanno. I veltroniani replicano che con il loro movimento vogliono aiutare il partito, non romperlo. Il segretario si irrita e dice che il Pd non è il Pdl. E dunque Veltroni non può fare «come Fini» e dire «sto dentro e sto fuori». Sembra di ascoltare gli scudieri del Cavaliere che parlano del presidente della Camera. Anche se non è prevedibile una cacciata della minoranza come quella decisa contro i ribelli finiani: il Pd è effettivamente diverso. Ma il rischio di un incattivimento dei rapporti già è scritto.
Per paradosso, però, quanto sta accadendo nel centrosinistra non deve sorprendere: è la conseguenza speculare e prevedibile della crisi del centrodestra. Nel momento in cui la leadership di Silvio Berlusconi è rimessa in discussione, traballa l'intero sistema che il premier ha di fatto plasmato in questi anni; e dunque anche l'opposizione che sull'antiberlusconismo ha costruito le sue vittorie e ultimamente le sue sconfitte. L'offensiva veltroniana è resa possibile proprio perché tutti cercano una posizione di partenza privilegiata in vista di un eventuale voto. Sui motivi che hanno spinto l'ex segretario a riprendersi la minoranza del Pd, spostando la maggioranza degli ex popolari dalla sua parte, circolano molte ipotesi.


Ma le più convincenti sono quelle che raffigurano un Veltroni impaziente di tornare in gioco e rompere lo schema non solo bersaniano, ma di Massimo D'Alema: il tentativo di compattare il Pd su un'identità socialdemocratica, come se fosse un Pci postcomunista; tentare di agganciare l'Udc e comunque quanti si oppongono al bipolarismo e vogliono una riforma elettorale che ne riduca la portata; e dopo eventuali elezioni anticipate far pesare il ruolo del maggior partito d'opposizione in uno schema diverso, ed in un Parlamento che ritorna il cuore delle alleanze. Non a caso Veltroni vuole un «Papa esterno» che si candidi come Romano Prodi nel 1996 e nel 2006. E Bersani, invece, si percepisce come «nuovo Prodi».
Sono due logiche diverse ed in contraddizione insanabile: aggravate da una buona dose di risentimento veltroniano per il modo in cui è stato defenestrato dalla leadership dei democratici; e dalla determinazione di Bersani a far valere le regole della maggioranza del Pd, e ad accreditare Prodi come «il Papa più interno» che l'Ulivo abbia avuto. Ma il segretario sa bene che da ieri la minoranza ha messo un macigno sulla sua marcia verso la candidatura a presidente del Consiglio; e che il prossimo terreno di scontro saranno le mitiche primarie chiamate a benedire la leadership da opporre a Berlusconi se si va a votare.
Ma Bersani è anche consapevole che un'eventuale caduta di questo governo cambierebbe tutto. E spera in Umberto Bossi, in Gianfranco Fini: in chiunque tolga il Pd ed il centrosinistra dalla subalternità nella quale si è cacciato negli ultimi anni.

Nessun commento:

Posta un commento