mercoledì 27 luglio 2011

Unione dei Comuni,Gian Valerio Sanna spiega gli obiettivi della legge regionale 10










di Gian Valerio Sanna



La recente approvazione all’unanimità, prima della Commissione, e successivamente anche del Consiglio regionale, della legge 10 che ha ridefinito la personalità giuridica delle Unioni del Comuni, ha innescato polemiche e reazioni che hanno portato anche alle dimissioni di alcuni Presidenti. Sulla vicenda ora, per fare chiarezza, interviene il Consigliere regionale Gian Valerio Sanna che spiega in che modo si è arrivati alla definizione della legge e le modifiche che questa ha apportato.

Secondo l’esponente del Pd Gian Valerio Legge dietro la proposta non c’è di fatto alcun problema sulle Unioni dei Comuni e che quanto scritto altro non è che una messa in scena priva di costrutto e di razionalità.

“All’interno del mio Partito qualcuno, più attento a costruire liti e dissensi nei confronti delle persone ha caricato la questione di valenze personali che non esistono – ha dichiarato Gian Valerio Sanna - la legge infatti è stata approvata all’unanimità dal Consiglio regionale per questo posso condividere alcune posizioni ma non mi posso certo fare carico delle responsabilità della maggioranza ne quelle dell’intera opposizione”.

Nel chiarimento Sanna ha voluto ricordare che la regione Sardegna dispone di una propria potestà legislativa, esclusiva in materia di ordinamento degli enti locali, e quindi può legiferare autonomamente forme organizzative o norme in tali materie.

“La precedente legge 12 definiva proprio la personalità giuridica delle Unioni dal momento che affermava che le stesse sono enti locali – ha ripreso Gian Valerio Sanna - ma che la personalità giuridica fosse questa lo afferma la stessa legge quando si riferisce al testo unico e dunque alla materia dell’ordinamento degli enti locali e non già ad organismi di diritto privato come qualcuno ha stupidamente ipotizzato. Operare quindi come ente locale non significa tuttavia costituire un ulteriore livello intermedio di ente, avendo al contrario eliminato con la 12 del 2005 le comunità montane proprio per semplificare un quadro istituzionale che la stessa costituzione non prevedeva. Nel nostro ha spiegato Sanna - alcuni segretari comunali, come si sa possono scegliere una pluralità di sedi, optavano per l’Unione come sede stabile di lavoro privando alcuni comuni delle relative disponibilità di segretari e poi utilizzando il dato demografico delle stesse unioni per progressioni economiche e stipendiali che gravavano interamente sui comuni e sul fondo unico per importi che oscillavano fra i 30 ed i 60 mila euro ad anno”.

Secondo il Consigliere Regionale qualche amministratore, anche di area Pd, ha voluto utilizzare le unioni come valvole di sfogo delle note esigenze clientelari pubbliche per assunzioni ed incarichi che nei propri comuni non sono al momento consentite per il blocco imposto dalle leggi finanziarie.

“Non esiste quindi alcun declassamento: le Unioni non sono Enti locali in quanto tali ma lo sono soltanto per personalità giuridica al fine di poter esercitare le funzioni associate demandate dai Comuni – ha spiegato Gian Valerio Sanna - altro che forma ibrida, essa costituisce una forma propria ed originale frutto della autonoma capacità legislativa ed ordinamentale della Regione. Fa molta specie, inoltre, che l’Anci Sardegna, attualmente commissariata, abbia sostenuto una simile ed illogica interpretazione anche se il reggente, e il cosi detto Direttore, sono di chiara appartenenza di centro destra e dunque potevano legittimamente sollevare un problema per nasconderne uno più grande”.

Secondo Gian Valerio Sanna l’aspetto principale è che la Giunta regionale ha cancellato, per il 2011, il finanziamento alle Unioni o meglio lo hanno caricato per intero sui Comuni che si troveranno 17 milioni e mezzo di euro in meno sul Fondo unico di quest’anno. Un espediente utilizzato spesso dalla destra, per distrarre gli interessati su altri argomenti ed evitare così polveroni agli attuali manovratori.

“Dispiace che su questo ci siano cascati molti amministratori del Pd e del centro sinistra e che l’intuito politico sia così caduto in basso da rendere buoni amministratori totalmente al servizio di un Anci – ha ripreso Gian Valerio Sanna - che dovrebbe essere ripensata totalmente e radicalmente”.

Il Consigliere del Pd chiarisce infine quella che ha definito la “lobby dei segretari.

“La Funzione pubblica aveva segnalato tempo fa l’anomala progressione economica dei segretari comunali in Sardegna per via di questa interpretazione delle Unioni – ha concluso Gian Valerio Sanna - che in quanto Enti locali, potevano essere scelte come sedi e dunque con la rilevanza degli abitanti di cui disponevano le stesse unioni i segretari maturavano l’esperienza lavorativa in enti di dimensione considerevole e dunque potevano accedere all’incremento della fascia retributiva. Non sarà generalizzabile ma questo accadeva nel silenzio o nella acquiescenza degli amministratori che dovrebbero sorvegliare al meglio le risorse dei cittadini. Poi lobby non è neppure un termine obbligatoriamente negativo né lo ho usato in questo senso ma soltanto per descrivere che dentro alcuni grandi questioni si annidano anche problemi di alcune corporazioni. Ci vorrebbe una profonda riforma ma con questo centro destra non se ne farà neppure una.

Nureci, Mamma Blues 2011


Dal sito istituzionale del Comune di Nureci

Il Blues canta la madre, quella di tutti, la terra. Anche la mater mediterranea sul colle di Nureci è celebrata dal blues. È la stessa madre terra evocata attraverso la musica e il canto dagli schiavi africani deportati nelle Americhe.

Il Mamma Blues, giunto alla quinta edizione, è, dunque, una celebrazione del legame eterno tra i popoli e la madre terra. Quest’anno Little Axe, all’anagrafe Bernard Alexander, proporrà un Blues profondo incanalato attraverso il tempo, esplorato, rielaborato, contaminato, campionato, trasformato, rinfrescato:

il Blues del presente, del passato, proiettato al futuro. The Sweet Vandals dal canto loro paiono uscire dai club della vecchia America e ricoprono il nostro immaginario di musica black allo stato puro, dando nuovo lustro al soul e al funk degli anni Settanta con la voce della cantante Mayka Edjole a dominare con il suo tono profondo e a fare da padrona su travolgenti ritmi a cavallo tra il funk e il soul.

Infine Sherman Robertson e la sua musica, un esplosivo miscuglio di Texas blues elettrico, Rythm&Blues, Louisiana Blues e
Zydeco (la musica tradizionale della Louisiana meridionale che amalgama la tradizione francese, quella caraibica e quella degli spiritual afro-americani).

ALBERTO SANNA - ONE MAN BAND
08 agosto, ore 24.00

KING HOWL QUARTET
08/09/10 agosto, fine serata

THE SWEET VANDALS
09 agosto, ore 22.00

JHON DRAIN AND THE LIVE CITY BLUES
09 agosto, ore 24.00

SHERMAN ROBERTSON
10 agosto, ore 22.00

SUNSWEET BLUES REVENGE
10 agosto, ore 24.00

QUARTETKING HOWL
08/09/10 agosto, fine serata

mercoledì 20 luglio 2011

Secondo me


dal blog di Pippo Civati





Secondo me, la politica italiana si deve svegliare.

Secondo me, deve farlo ora.

Secondo me, può prendere esempio da chi sta cercando di farlo altrove, come ha fatto Rubalcaba, il candidato del Psoe a prima vista del tutto improbabile (qui il discorso all'atto della sua candidatura, qui il video, qui un ottimo commento).

Secondo me, chi sta all'opposizione deve raccogliere per prima cosa il sostegno di chi non si sente di darlo a nessuno.

Secondo me, il problema principale è quello della fiducia.

Secondo me, il partito dell'astensione non è un fatto statistico, da convegno, ma il punto di partenza.

Secondo me, valgono di più le vite dei precari dei vitalizi dei parlamentari. E dei consiglieri, eh.

Secondo me, metà stipendio farebbe bene ai parlamentari. E dopo un po' farebbe bene anche smettere.
Secondo me, i parlamentari li devono scegliere gli elettori, come se fosse davvero, la prossima, un'assemblea costituente: non per via del volemose bene, come la intende qualcuno, ma del livello di qualità.

Secondo me, si deve partire dalla distanza che c'è e che si allarga tra politici e cittadini.

Secondo me, chi sta meglio deve aiutare chi sta peggio, perché il primo, e non solo il secondo, starebbe molto meglio di come si sta ora.

Secondo me, le disuguaglianze sono troppe. E la concorrenza sleale è parente dell'immobilità sociale (e bisogna essere parenti, in ogni caso, altro che merito).

Secondo me, cambiare si può.

Secondo me, c'è un posto dove farlo ed è il Pd. Che però deve avere l'intelligenza politica (e la moralità) di farlo. Ora o mai più. Perché si vive una volta sola. E la politica deve essere oggi all'altezza del proprio compito.

Secondo me, ci vuole più politica, non meno.

Secondo me, essere popolari non vuol dire essere populisti (e viceversa).

Secondo me, essere semplici non vuol dire essere banali (e viceversa).

Secondo me, viceversa, dobbiamo cambiare passo. E non è una critica a qualcuno, chissenefrega delle critiche. E, tutto sommato, anche di quel qualcuno.

Secondo me, ci vuole un progetto che cambi le cose, che ascolti tutti, ma che non guardi in faccia a nessuno.

Secondo me, la politica non si fa solo nei partiti, che hanno l'esclusivo compito di trasformarla in un percorso legislativo e in decisioni trasparenti e chiare.

Secondo me, non sono le donne che hanno bisogno di un partito di sinistra, ma un partito di sinistra che ha bisogno delle donne.

Secondo me, di tempo ne abbiamo perso fin troppo. Tutti quanti. Non solo quelli che sono lì da sempre, ma anche noi.

Secondo me, ho perso e fatto perdere troppo tempo anch'io, nel mio piccolo.

Secondo me, se venite ad Albinea, capirete che c'è un posto nel Pd, nella politica, in cui si può discutere di queste cose. In cui si possono piantare le tende (di campeggio si tratta) ed esigere quel cambiamento di cui parlano un po' tutti, senza che nulla cambi mai. Senza formare un altro partito, senza pensare che tutto si risolva in piazza, senza credere che si possa tornare, insomma, alla democrazia diretta, ma che si debba far funzionare la democrazia rappresentativa, sì, cazzo.

Secondo me, c'è il vento, ma ci vogliono i mulini. Che lo trasformino in energia di governo.

Secondo me, i gattopardi si possono smacchiare, ma bisogna essere determinati. E non avere niente da perdere, come la storia di questo Paese ci insegna, dove il fondo del barile è una bella immagine, perché non c'è più fondo e nemmeno il barile (lo hanno scaricato, molto tempo fa).

martedì 19 luglio 2011

La lettera del figlio di Paolo Borsellino al padre.



Nel 19° anniversario della strage di via D'Amelio

di MANFREDI BORSELLINO.

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.

Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.
Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.
Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.
Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.
Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.
D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.

Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.

Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

lunedì 18 luglio 2011

A proposito della Casta












Ritengo Caterina Pes una parlamentare seria e sobria(con riferimento a quello che dovrebbe essere il comportamento di un politico del suo livello),o se si preferisce,sobria perchè seria.
Il suo modus operandi lo dimostra,e non certamente in un periodo come questo dove potrebbe risultare facile e soprattutto "doveroso" per un deputato o per un senatore cercare di affrancarsi da siffatta(e per certi versi legittima)questione dei costi della politica,con annessi e connessi.
Al di la di quanto lei sottolinea in questa nota,dalla quale peraltro si evince chiaramente questo suo "insospettabile" tratto caratteristico,credo che se avessimo una percentuale un po più alta di parlamentari di questa categoria verosimilmente le cose andrebbero meglio,anche dal punto di vista dell'immagine e dell'esempio che Caterina trasmette.


di Caterina Pes


Non voglio

tirarmi indietro riguardo a un tema che mi riguarda da vicino, come quello dei

privilegi dei parlamentari.



Intanto vorrei

fare una prima riflessione, per poi magari tornarci sopra.



Inizio col

dire che non sono mai entrata gratis al cinema o a teatro. Mi imbarazzerebbe.



Ogni settimana

vado all’aeroporto in treno e pago il biglietto, come tutti.



La mia famiglia

non ha mai viaggiato gratis.E non so cosa sia un’auto blu …



Però l’aereo

di stato l’ho preso una volta, per andare in Afghanistan, e ho avuto anche

paura …



Ho una

segretaria, a cui verso regolarmente i contributi e uno stipendio equo e

onesto.



Ho un

ufficio a palazzo marini, quello che costa molto, che è l’unico posto tutto mio

che ho a Roma. Poiché non ho casa ci lascio anche il cappotto invernale …



Ogni mese

verso al mio partito circa 2000 euro più varie ed eventuali. Spendo circa 500

euro la settimana di vitto e alloggio, e altre 500 al mese di telefono con

abbonamento personale Vodafone.



… ma la mia

parrucchiera, da cui vado una volta al mese e a spese mie, ieri mi ha detto

indignata : “ avete anche i parrucchieri gratis”!!!! Sono rimasta basita, lo

giuro … perché lei era l’esempio lampante che non tutto è vero.



Eppure lei

non ci credeva!!!!!!



Tutto questo

per dire che molto dipende da come ognuno di noi vive il suo mandato.



Ho rinunciato

ai benefit più ingiustificati e clamorosi fin dal primo giorno della

legislatura. E non solo perché ingiusti … è stata anche la mia famiglia a

chiedermelo.







Ma questo

per dire anche che sino a che la politica non ricomincerà ad essere un mestiere

alto e nobile, continuerà ad essere percepita dalla gente come semplice casta …

Casta Diva


Prosegue il dibattito,anche tra noi democratici,siamo stati proprio noi democratici a innescarlo,sui costi della politica,sulla cattiva politica che genera l'antipolitica...
Pubblico questo articolo di Emiliano Deiana,bravissimo come sempre,che offre lo spunto per un confronto serio e serrato sull'argomento che coinvolge noi tutti del partito,simpatizzanti,semplici iscritti,dirigenti,sindaci,consiglieri regionali,parlamentari,ma anche e soprattutto cittadini comuni.


di Emiliano Deiana


Non fate i populisti.

Non fate i demagoghi.

Perchè poi con l'antipolitica nascono nuovi dittatori.

Non sentite il clima del 1992?

Il tintinnare delle manette?

La grandinata di monetine?

E cosa ne ha avuto l'Italia? Un nuovo padrone come Berlusconi.

Morti, politicamente, Craxi, Andreotti, Altissimo, Longo e La Malfa cos'abbiamo saputo produrre nella Seconda Repubblica? Un razza predona peggio della precedente, più affamata, meno controllata, più spregiudicata.

Quindi: non fate i populisti, non fate i demagoghi che con l'antipolitica non si va da nessuna parte.

Non passate il tempo a denunciare i privilegi assurdi della Casta parlamentare.

Non chiedete l'abolizione di enti inutili come le Province.

Non incartetevi riesumando vecchi paroloni polverosi come l'austerità.

Questi sono i concetti, i consigli e le raccomandazioni che piovono quando un povero cristo si permette di dire che forse la politica, nella sua costante azione di autotutela, sta esagerando.

Ed esagera in un momento di crisi economica che invece di passare si sta acuendo.

Ne abbiamo sentito per 2 anni con la solfa della crisi percepita.

Ne abbiamo sentito per 2 anni di predicozzi che la crisi era solo una bolla speculativa.

Ne abbiamo sentito per 2 anni di dibattiti politici sulla solidità del sistema Italia.

Poi c'è la crisi che non passa.

La disoccupazione che aumenta.

Il precariato che allontana milioni di persone dalla sicurezza e dai diritti.

Il potere d'acquisto delle famiglie ridotto.

La sindrome della terza settimana.

E poi c'è un ceto politico, rinchiuso nei palazzi, che non sente il bisogno di fare esso stesso i sacrifici che vengono richiesti ai cittadini.

E mentre i pensionati italiani dovranno pagare nuovamente i Ticket sanitari i deputati e senatori ne sono esentati. E viaggi gratis, cure termali ed anche il psicoterapeuta per i più stressati.

No, non è antipolitica questa.

Questi sono privilegi. Privilegi insopportabili, insensati e "schifosi".

Perchè non basta uno stipendio adeguato (molto adeguato) alle responsabilità e alle funzioni (nonchè ai carichi di lavoro), ma a questo si aggiungono degli insulti all'intelligenza degli italiani.

E capisco anche che sia "impossibile" vedere una Casta che si autoriforma e si autopunisce.

E intuisco i discorsi che si fanno alla bouvette di Montecitorio fra una seduta e l'altra.

E annuso il fatto che non tutti i Deputati e non tutti i Senatori siano uguali.

Ma proprio perchè ho la speranza che non tutti siano uguali mi chiedo perchè si aspetti il voto di un emendamento parlamentare per cambiare il costume politico.

Mi chiedo perchè i Gruppi politici che dicono di volere il cambiamento e l'alternativa non si ribellano allo stato di cose con uno strumento talmente banale da essere rivoluzionario: la rinuncia.

Chiedo, da uno sperduto paese della Sardegna, che i Parlamentari che non si sentono a proprio agio, per via di quei privilegi insopportabili, all'interno dei Palazzi vi rinuncino pubblicamente.

Rinuncino alle cure mediche gratuite, paghino il Ticket come tutti i normali cittadini, paghino il treno quando non si spostano per ragione del loro ufficio, entrino allo stadio pagando come un Ultras qualsiasi.

E lo dicano pubblicamente, lavorando affinchè non siano casi isolati, ma azioni collettive di interi Gruppi Parlamentari.

Forse così, aspettando tempi migliori per un cambio di regole, si ridarà senso alla Politica, quella con la P maiuscola.

Aspetto segnali, con l'orecchio appoggiato sui binari, come gli indiani, aspettando il treno del cambiamento possibile.

venerdì 15 luglio 2011

I nostri riformisti che,sulle Province,hanno perso la faccia


Stamattina,prendo in mano "Il Venerdì di Repubblica" e, come ogni settimana,inizio a sfogliarlo.Subito all'inizio trovo e leggo questo articolo.Per un istante mi sorge il dubbio che,vista la firma,si sia trattato di un errore di impaginazione,di stampa e che magari è stato, per sbaglio,inserito un articolo di Feltri o di Belpietro!
Lo leggo di nuovo,e ancora una volta.
No no,l'articolo è proprio di Curzio Maltese,editorialista di punta di "Repubblica".
E allora penso che in fondo la differenza sostanziale tra i giornalisti sopraccitati e quelli a noi vicini(come Maltese)è proprio questa:quelli non potranno mai,e sottolineo mai,prendere,a parti invertite, queste posizioni verso Berlusconi e il suo governo,mentre Maltese e quanti sono vicini a noi lo fanno con molta serietà,competenza e rispetto per questa importantissima professione,dimostrando ampiamente che il ruolo del giornalismo,di quel giornalismo di cui c'è tanto bisogno nel nostro Paese,è altra cosa rispetto al servilismo tout court.
Certo,francamente da democratico mi ha fatto molto male leggere queste righe,e tuttavia nel momento in cui prendiamo,peraltro in un periodo topico per la politica italiana,certe cantonate beh,prendiamoci anche queste lezioni!
Facciamo però subito tesoro di questi inverosimili errori e andiamo avanti con serietà e responsabilità.









di Curzio Maltese(dalla rubrica "contromano" del "Venerdì di Repubblica" del 15/7/2011


Una delle grandi questioni politiche degli ultimi vent'anni è questa:i grandi capi del riformismo italiano ci sono o ci fanno? Le giustificazioni al voto del Pd che ha mantenuto le Province viaggiavano nello scivoloso terreno fra il ridicolo e il penoso. Con sconfinamenti nell'ultima ideologia superstite della sinistra:il "benaltrismo". "Ci vuole ben altro che l'abolizione delle Province per rimettere in sesto i conti dello Stato".
Certo,ma intanto milioni di cittadini si sarebbero accontentati di veder abolito il più impopolare e costoso(14 miliardi) degli enti inutili.Perchè il Pd non ha voluto? L'unica logica spiegazione è che il Pd non vuole mandare a casa i suoi quaranta presidenti di Province e il personale politico al seguito.
Le altre sono francamente degli alibi.
"Così s'incoraggia l'antipolitica" hanno tuonato i dirigenti locali e nazionali del Pd,ma è vero l'esatto contrario.A parte questo,di che vanno cianciando questi professionisti della politica ignorante?
Di abolire le Province si parla fin dalla Costituente.Si decise allora di mantenerle soltanto in attesa delle Regioni.
Quindi le Province avrebbero dovuto morire nel 1970 e invece sono raddoppiate.Il Pd vorrebbe ridurle,ma non abolirle.Confermando una concezione miserabile del riformismo all'italiana,che consiste nel trovare un eterno compromesso con il peggio espresso dalla destra. Ma se il partito riformista non ha neppure il coraggio di varare la più popolare delle riforme,come pensa di poter cambiare il Paese?
La vera questione è che il Pd,per meglio dire la sua dirigenza,non è in grado di intercettare e neppure di capire la spinta profonda al cambiamento della società italiana.In qualche modo chiara al resto dell'opposizione,da Di Pietro a Vendola,perfino da Casini a Fini.Il Pd ha vinto a sua insaputa le elezioni di Milano e di Napoli con candidati che non avrebbe mai scelto,ha vinto a sua insaputa i referendum che non voleva.Ed è diventato nei sondaggi il primo partito per demeriti altrui.Poi,quando si è trattato di ritirare i premi della lotteria,ha perso i biglietti vincenti.
I dirigenti più capaci del Pd,e ce ne sono,dovrebbero riflettere e cambiare in fretta strada.Altrimenti la storia è gia scritta.L'ennesima resurrezione di Berlusconi,magari in forma di un berlusconismo senza il Cavaliere.Deludere ancora le attese degli elettori del centrosinistra significa andare incontro,alle prossime elezioni,a una disfatta storica e definitiva,contro una santa alleanza di centrodestra,da Casini alla Lega,con Berlusconi a fare da burattinaio.