
(Giuseppe Farris)
A distanza di circa quattro mesi dalla mia “iniziazione” a Facebook avverto l’esigenza di provare a riflettere su come il principale social network incide sulla nostre abitudini quotidiane.
Nel mio incontro ravvicinato con Facebook – avvenuto lo scorso mese di maggio, complice la campagna elettorale per la mia candidatura alla Presidenza della Provincia di Cagliari – sono stato accompagnato da due docenti d’eccezione: un manager di Accenture (mia sorella Daniela) e uno dei fondatori di Running (Claudio Velardi).
Forse perché sono un po’ secchione o, più probabilmente, per la bravura dei miei maestri, le modalità di partecipazione a Facebook, dopo averle apprese, le ho avvertite subito immanenti.
A questa sensazione, alla facilità e immediatezza di approccio con il mezzo, tuttavia ne fa da contraltare una – in qualche modo – di segno opposto: i confini di Facebook sono ancora largamente inesplorati.
Istintivamente, mi viene da dire che Facebook ha un assetto caleidoscopico: molteplici possono essere le finalità per cui “si sta” su questo sito; svariati sono i linguaggi con cui si può scrivere; le più disparate, poi, le foto che si possono inserire nel profilo.
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Non sarà inutile ricordare che Facebook è già scappato di mano al suo fondatore, quel giovane Mark Zuckerberg che lo aveva creato con lo scopo di mettere in rete le foto e i principali dati personali degli studenti dell’Università di Harvard.
Zuckerberg pensava di versare nel sito il contenuto dell’annuario cartaceo in uso nelle scuole e nelle università nordamericane, che viene consegnato all’inizio dell’anno agli studenti per consentire loro di socializzare più rapidamente: face book per l’appunto.
Poi, come un Golem elettronico in cui il Dio di internet ha insufflato in lui lo spirito, si è trasformato: oggi Facebook è il secondo sito più visitato al mondo, preceduto unicamente dal motore di ricerca Google.
In Italia, il 62% degli uomini e il 65% delle donne che navigano in Internet, per complessivi 16,6 milioni di persone a Giugno 2010, sono anche iscritti a Facebook (Fonte: Advertising di Facebook). Superfluo soggiungere che il trend è in crescita.
Questo successo di Facebook conferma l’assunto di partenza: molteplici sono le finalità per cui si sta sul mezzo. E così si oscilla dallo scopo lavorativo a quello squisitamente personale. Su Facebook sta, indifferentemente, l’azienda che vuole pubblicizzare la propria offerta e il politico che cerca il contatto con gli elettori; il giovane studente alla scoperta del mondo e la casalinga che vuole garantirsi qualche minuto di evasione quotidiana dalle mura domestiche; il solito macho alla ricerca dell’ennesima fidanzata e il gruppo che si costituisce per sostenere una posizione – non di rado in modo viscerale – rispetto a un tema di stringente attualità.
Tutto questo e molto altro ancora troviamo su Facebook.
E lo troviamo in forme assai differenti fra loro: osserviamo bacheche su cui il titolare interviene una volta alla settimana, magari semplicemente per salutare e altre costantemente gestite attraverso l’apertura di una pluralità di dibattiti nell’arco della stessa giornata, magari ricorrendo ai dispositivi mobili.
E ancora, vediamo bacheche che vivono nei giorni feriali e quelle che prediligono il fine settimana; quelle diurne e quelle notturne; quelle esibizioniste e quelle timide; quelle volgari e quelle sobrie; quelle che corrispondono a un account falso e quelle che mettono – letteralmente – a nudo il relativo titolare.
Insomma in questa infinita piazza virtuale ritroviamo tutta intera l’umanità, compresa quella società dei rifiutati descritta da Pasolini, con una peculiarità che però non esiste nella vita reale: su Facebook – salvo rarissime eccezioni – si danno tutti del Tu.
E così, personalmente, fra i miei amici annovero un ex prefetto in pensione – assai attivo su Facebook – che si confronta quotidianamente con decine di internauti, fra cui ragazzi in calzoncini corti che discutono dell’attualità politica, dandosi beatamente del Tu.
Così come del Tu danno a un altro mio amico, non più giovanissimo, nella Prima Repubblica più volte Ministro.
Dunque, sul social network troviamo le frequentazioni più improbabili. Non solo, Facebook è quanto di più trasversale socialmente si potesse realizzare. È un mezzo tipicamente egualitario giacché riconosce a tutti le stesse identiche opportunità materiali. In breve: Facebook ha inventato uno spazio in cui vengono risolte le diseguaglianze sociali. Di più: un luogo in cui la singola personalità entra – con l’attività di tagging – nella perfetta disponibilità degli altri utenti.
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Il carattere caleidoscopico di Facebook è confermato dal modo in cui si scrive.
Infatti, vengono impiegati almeno due differenti linguaggi: uno pubblico e uno privato.
Il primo è quello con cui si scrive in bacheca e, pertanto, è leggibile quanto meno dagli altri utenti amici.
In tal caso si adopera un linguaggio conciso, mutuato da quello utilizzato per scrivere sms, compresa l’immancabile serie di emoticons.
Il secondo, invece, è quello con cui si scrivono le mail e, quindi, è riservato al titolare del profilo.
Viene in considerazione, qui, un colloquio privato e con uno spazio fisico disponibile maggiore. Per l’effetto, il linguaggio sarà più articolato.
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Al pari dell’annuario cartaceo che lo ha ispirato, a colpire il netizen sono, anzitutto, le foto dei profili.
In questa galleria troviamo veramente di tutto: dalla foto del figlio a quella dell’animale domestico; dal disegno alla foto del personaggio celebre; dalla propria foto in costume da bagno a quella limitata ai soli occhi; dalle foto con il proprio partner a quella con la migliore amica e così discorrendo, attraverso una rappresentazione del profilo pressoché infinita.
Da questo punto di vista è interessante leggere lo studio compiuto dall’artista Doogie Horner che teorizza una moderna fisiognomica.
Secondo Horner, infatti, è possibile comprendere la personalità del soggetto dalla foto che decide di pubblicare nel proprio profilo. Vengono offerti, segnatamente, gli strumenti per ricavare, ad esempio, dall’inclinazione del volto, dal punto in cui la foto è tagliata ovvero, ancora, dalla zoomata gli elementi salienti della relativa personalità.
Così assume Horner che un’inclinazione che supera i 30 gradi denota una spiccata propensione al rischio; che si è espansivi se la foto ritrae il lato destro; o che si è poeti – ma si potrebbe essere pure assassini – se nella foto compaiono solo gli occhi.
A prescindere, tuttavia, dalla catalogazione pseudo-scientifica operata dall’artista nordamericano, ciascuno di Noi, anche nella limitatezza dei suoi strumenti, ha tutto l’agio di distinguere fra chi pubblica nel suo profilo una foto in costume da bagno e chi neppure si mostra con il suo vero volto.
Certo è che se nel Facebook cartaceo, d’obbligo negli States, compaiono foto che somigliano a quelle segnaletiche, nel Facebook che occupa il concetto di identificazione fra foto del profilo e relativa persona è sensibilmente differente.
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Ancora è interessante osservare come Facebook si caratterizzi per la sostanziale assenza di regole e per il carattere sui generis di quelle poche esistenti.
Il sito, infatti, risulta proprietario dei contenuti ivi pubblicati, tuttavia senza assumere responsabilità alcuna, neppure in via concorsuale, in ordine ai contenuti che, di frequente, si rivelano diffamatori o di istigazione a commettere delitti.
È di questi giorni la notizia choc della costituzione di un gruppo che inneggiava a favore di un bestiale omicidio (“Uccidiamo Sarah Scazzi … Ops! Già fatto?”) per far rimuovere il quale la Polizia Postale Italiana è dovuta intervenire direttamente presso l’azienda di Palo Alto.
Intanto, va segnalata la prima sentenza che l’Autorità Giurisdizionale italiana ha pronunciato relativamente all’uso illecito di Facebook. Si tratta di una decisione assunta dal Tribunale di Monza, Sez. IV Civile, 02.03.2010, n. 770 in cui si riconosce la risarcibilità del danno morale soggettivo inteso quale “transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima” sofferto in conseguenza della subita lesione alla reputazione, all’onore e al decoro, cagionato mediante l’invio di un messaggio pubblicato in bacheca.
Insomma un primo ammonimento, coerente con i principi che informano l’Ordinamento Giuridico Italiano, che dice – in sostanza – che su Facebook non tutto è possibile. Vedremo quale sarà l’evoluzione, a cominciare da quella annunciata dallo stesso Zuckerberg per il 2011.
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Mi avvio a concludere.
A qualche anno dalla sua nascita, Facebook appare ancora, – per certi versi – una nebulosa.
Anzitutto per i suoi iscritti. Ho cercato di dire, ricorrendo all’immagine del caleidoscopio, la varietà di modelli su cui questo social network può essere declinato.
Ovviamente, Facebook è una nebulosa massimamente per chi non si è iscritto o per chi si è iscritto ma – per così dire – non frequenta.
Conosco persone – a cui attribuisco cultura, capacità di analisi e di sintesi – che vedono in Facebook poco meno di un luogo di perdizione. Nella migliore delle ipotesi, una piazza in cui tende a prevalere il cattivo gusto e che contamina le persone per bene.
Credo che questi giudizi non siano disgiunti da un certo snobismo intellettuale.
A prevalere, però, è la sostanziale inutilità che viene attribuita al mezzo.
Invece si confonde l’utilità di Facebook – che mi sembra indubbia – con l’uso (o l’abuso) che taluno , forse anche molti, ne fa. Insomma, per rispolverare una categoria tradizionale, si confonde il mezzo con il fine.
Poi è evidente che, per dirla con San Girolamo, balbum melius balbi verba conoscere.
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