
Di Marco Valerio Princi
Verso la fine dello scorso anno alcuni quotidiani nazionali come La Repubblica hanno illustrato la disponibilità di software specializzati il cui scopo è quello di ostacolare – finanche impedire – l’accesso ai social network al fine di concentrarsi più facilmente sul lavoro che si intende o si deve svolgere, senza distrazioni. La loro esposizione, in verità condensata in maniera non molto professionale, parte dalle osservazioni di alcune realtà di analisi statistica il cui valore, agli occhi di esperti, è da considerarsi almeno relativo agli scenari a quali tali realtà si riferiscono.
Nel suo complesso, la “proposta” è quella di prendere il 2011 “più seriamente” attuando – dove opportuno o necessario – una sorta di fuga dai social network. Una fuga, però, selettiva in quanto reversibile, ma soprattutto una fuga indotta in quanto scarsamente consapevole, sia dal lato dell’offerta della notizia, sia dal lato del consumo della stessa.
Un grafo sociale, che a volte può divenire estremamente complesso (click per ingrandire)
Punto centrale è l’ennesimo studio di Nielsen Ratings, le cui risultanze portano a osservare che le cifre di “perdita” sul business “causate” dai social network sarebbero talmente impressionanti (si parla di 800 miliardi di dollari l’anno persi per via delle distrazioni social) da convincere chiunque a porre in qualche modo un freno al loro impiego smodato.
Peccato che tale studio non tiene conto – è lampante – della dinamica di impiego delle applicazioni con le quali la gente accede ai social network.
Per esempio, chi ha deciso di adottare un browser specializzato per accedere ai social network (esempi sono RockMelt e Flock) oppure un’applicazione specifica come TweetDeck, agli occhi di chi analizza risulta online e, per gran parte del tempo, pressoché nullafacente. In realtà, molto probabilmente quella persona sta facendo altro: il browser è là, in secondo piano (o ridotto a icona), con dei filtri attivi su Twitter, Facebook o quale che sia il social network in uso al momento, che segnaleranno solo l’arrivo di determinati messaggi.
Ciò nulla toglie all’effettiva presenza di forme di vera e propria assuefazione: ci sono persone letteralmente catturate dalla propria vita social, che si svolge quasi esclusivamente online ed è priva, dunque, di quel contenuto umano e di quella fisicità che, nella normalità, è ben accompagnata dal supporto dei social network, ma non il contrario.
Tali forme di assuefazione, ragionando, non si eliminano certo con l’adozione di software il cui effetto consiste nel costringere a manovre tese a porsi in auto-ridicolo, quali la necessità di effettuare un riavvio del computer pur di poter accedere al social network sul quale ci si auto-impone il veto: il quotidiano porta in esempio Freedom e Anti-Social. Occorre, se si è giunti a tale livello, affidarsi a interventi di ben altro tenore, che possono giungere persino al ricorso a una terapia psicologica o, nei casi peggiori, psichiatrica.
Gli altri software citati, come quelli che ne filtrano gli elementi di segnalazione, in qualche maniera rendono i social network monchi: li privano, cioè, di uno degli elementi più accattivanti, quale è il poter leggere gli aggiornamenti di stato.
Infine, il quotidiano segnala dei software capaci di impadronirsi completamente dell’area del display (oppure di oscurare le icone dei programmi impiegati per collegarsi ai social network), spacciandosi per capaci di non sottrarre alcuna quota di attenzione dal proprio lavoro di scrittura o altro. Anche qui, non è difficile classificarli “mezzucci”: solo una piena e consapevole astensione, volontaria e totalmente cosciente, è capace di produrre risultati concreti senza alcuna distrazione.
Dunque, se di fuga deve trattarsi perché si è deciso che i social network non appartengono alla propria realtà individuale, alle proprie dinamiche e al proprio modus operandi è meglio ricorrere a una sana, totale e completa cancellazione dei propri account. Operazione senz’altro non facile, ma a tal proposito le guide non mancano. Arrivando – con piena consapevolezza, s’intende – a tale decisione si avrà la certezza di aver operato una scelta propria e non indotta.
Molto più probabilmente, ciò non accadrà e si continuerà a usare e frequentare i social network: la speranza è che, dopo aver letto questo articolo, lo si faccia consapevolmente, con piena coscienza e con la convinzione che essi, presi per il giusto verso, sono dei validissimi supporti alla vita sociale, possono finanche arricchirla con fatti ed esperienze nuovi, ma non possono diventarne né dei surrogati, né dei sostituti.
Nessun commento:
Posta un commento